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Alghe, il futuro cresce in mare: bioeconomia blu, sostenibilità, alimentazione

Dal 3 all’11 giugno il Genova Blue District ha ospitato il festival dedicato ai grandi temi del mare, della biodiversità e del clima. Tra gli appuntamenti in programma, la serata del 5 giugno intitolata “Alghe, il futuro cresce in mare: innovazione, bioeconomia e servizi ecosistemici” ha offerto uno spaccato interessante su un settore ancora poco conosciuto dal grande pubblico ma considerato da molti osservatori uno degli ambiti più promettenti della cosiddetta bioeconomia blu.

La bioeconomia blu comprende tutte le attività economiche che utilizzano in modo sostenibile le risorse marine e costiere, con l’obiettivo di generare valore economico riducendo al contempo l’impatto ambientale. In questo contesto, le alghe occupano una posizione particolare: non richiedono suolo agricolo, non consumano acqua dolce e, durante la crescita, assorbono anidride carbonica e nutrienti presenti nell’ambiente marino.

Il ruolo del Genova Blue District

La scelta del Genova Blue District come sede dell’evento non è casuale. Nato nel 2021 nel cuore del Porto Antico, il GBD è stato concepito come un punto di incontro tra ricerca scientifica, imprese, istituzioni e cittadini sui temi della Blue Economy. La sua missione è favorire l’innovazione e il trasferimento tecnologico nei settori legati al mare, promuovendo al tempo stesso attività di divulgazione e partecipazione pubblica.

Negli ultimi anni il Distretto è diventato uno dei principali poli italiani dedicati all’economia del mare, ospitando startup, programmi di accelerazione, laboratori, attività formative ed eventi pubblici. Secondo i dati diffusi dal Distretto, le iniziative promosse hanno coinvolto centinaia di organizzazioni, imprese, associazioni e scuole, contribuendo a consolidare Genova come uno dei principali centri nazionali della Blue Economy.

In questo contesto, dedicare una serata alle alghe significa affrontare uno dei temi emergenti della transizione ecologica: l’utilizzo sostenibile delle risorse marine per produrre alimenti, materiali e servizi ecosistemici.

Una filiera che sta nascendo

La serata si è aperta con una tavola rotonda moderata da Mariachiara Chiantore dell’Università di Genova e ha visto la partecipazione di rappresentanti di startup, cooperative, imprese innovative e centri di ricerca.

Tra i partecipanti figuravano:

    • Regenera, startup e spin-off universitario impegnato nello sviluppo di ceppi algali e filiere produttive per applicazioni alimentari e cosmetiche;

    • AlgaUlisse, cooperativa attiva nella produzione e commercializzazione di alghe fresche ed essiccate provenienti dall’Adriatico;

    • Archimede Ricerche, azienda ligure specializzata nella coltivazione industriale di microalghe per impieghi nutraceutici, cosmetici e mangimistici;

    • Bioalghe, attiva nella produzione di ingredienti destinati ai settori alimentare e cosmetico;

    • Kelpeat, realtà piemontese che sviluppa e commercializza prodotti alimentari a base di alghe;

    • l’Università di Foggia, impegnata nello sviluppo di sistemi di acquacoltura multi-trofica integrata;

    • Flavia Libonati, ricercatrice nota per il proprio lavoro sui biomateriali e sulle strutture ispirate ai sistemi biologici.

Dal confronto è emerso un dato significativo: il settore italiano delle alghe è ancora di dimensioni molto ridotte rispetto ai principali paesi produttori mondiali. La domanda è in crescita, ma la produzione nazionale riesce a coprire soltanto una piccola parte del fabbisogno.

Le imprese presenti hanno evidenziato come la principale difficoltà non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto culturale e commerciale. Le potenzialità delle alghe rimangono ancora poco conosciute dal grande pubblico e la rete distributiva è relativamente limitata.

Un mercato globale in rapida crescita

A livello mondiale la coltivazione delle alghe è tutt’altro che un’attività di nicchia. Secondo i dati della FAO, la produzione globale di alghe allevate supera ormai i 35 milioni di tonnellate annue (peso fresco), per un valore economico stimato in oltre 15 miliardi di dollari. Oltre il 95% della produzione mondiale proviene dall’Asia orientale, con Cina e Indonesia che da sole rappresentano la maggior parte del mercato.

In molti paesi asiatici le alghe costituiscono una componente ordinaria dell’alimentazione quotidiana. In Giappone il consumo medio pro capite è stimato in diversi chilogrammi all’anno e prodotti come nori, kombu e wakame sono presenti nella dieta tradizionale da secoli. Situazioni analoghe si riscontrano in Corea del Sud e in numerose regioni costiere della Cina.

In Europa il settore è molto più giovane ma sta crescendo rapidamente. Secondo la Commissione Europea, negli ultimi anni il numero degli impianti di coltivazione è aumentato in modo significativo, soprattutto in Francia, Irlanda, Norvegia, Danimarca e Paesi Bassi. Oltre all’alimentazione, le alghe trovano applicazione nella cosmetica, nella nutraceutica, nella mangimistica, nella produzione di fertilizzanti e, più recentemente, nello sviluppo di biomateriali e bioplastiche.

L’Italia rimane un mercato ancora piccolo sul piano produttivo. Durante la tavola rotonda è stato ricordato che il consumo nazionale si aggira intorno alle 500 tonnellate annue, mentre la produzione interna copre soltanto una frazione della domanda. Ne deriva una forte dipendenza dalle importazioni e una filiera ancora in fase di consolidamento.

Ricerca e impresa a confronto

Uno dei temi più interessanti emersi durante la serata riguarda le colture multi-trofiche integrate (IMTA, Integrated Multi-Trophic Aquaculture) e rigenerative, considerate da molti ricercatori uno degli sviluppi più promettenti dell’acquacoltura sostenibile.

Il principio è semplice: invece di allevare una sola specie, si progettano sistemi nei quali organismi appartenenti a livelli diversi della catena alimentare convivono e si sostengono reciprocamente. Pesci, molluschi e alghe vengono coltivati nello stesso ambiente sfruttando le rispettive funzioni ecologiche.

Gli allevamenti ittici producono inevitabilmente residui organici e nutrienti disciolti nell’acqua, principalmente azoto e fosforo. In un sistema tradizionale tali sostanze possono accumularsi e contribuire all’eutrofizzazione dell’ambiente circostante. In un sistema multi-trofico, invece, le alghe utilizzano questi nutrienti come fertilizzante naturale per la propria crescita, mentre molluschi come cozze e ostriche filtrano le particelle sospese migliorando la qualità dell’acqua.

L’obiettivo non è soltanto ridurre l’impatto ambientale degli allevamenti, ma trasformare quello che normalmente sarebbe considerato uno scarto in una risorsa economica aggiuntiva. Un impianto può quindi produrre contemporaneamente pesce, molluschi e biomassa algale, aumentando l’efficienza complessiva del sistema.

L’Università di Foggia ha presentato le proprie esperienze maturate nel nord del Gargano, dove da anni collabora con mitilicoltori e ostricoltori locali. Le attività sperimentali hanno permesso di accumulare una significativa esperienza operativa, dimostrando che questi sistemi possono essere adottati non solo in contesti di ricerca ma anche in attività produttive reali.

Per molti osservatori, le colture multi-trofiche rappresentano un esempio concreto di economia circolare applicata al mare: un modello nel quale produzione alimentare, sostenibilità ambientale e redditività economica tendono a convergere.

Le alghe in cucina: una tradizione antica che guarda al futuro

Se per molti consumatori europei le alghe evocano immediatamente il sushi, la loro storia alimentare è in realtà molto più ampia e antica.

Si stima che oltre due miliardi di persone nel mondo consumino alghe con una certa regolarità. Le aree di maggiore utilizzo si trovano nell’Asia orientale — Giappone, Corea e Cina in particolare — dove alcune specie vengono coltivate e commercializzate su larga scala da secoli.

Meno noto è il fatto che anche l’Europa possiede una propria tradizione legata alle alghe alimentari. Lungo le coste dell’Irlanda, della Scozia e del Galles, per secoli è stata raccolta e consumata la Dulse (Palmaria palmata), un’alga rossa particolarmente ricca di minerali. Durante le grandi carestie che colpirono l’Irlanda tra il XVIII e il XIX secolo, le alghe rappresentarono in molte zone costiere una risorsa alimentare importante per le popolazioni locali.

Anche in Islanda e in alcune regioni della Bretagna francese l’uso alimentare delle alghe ha radici storiche profonde. Tuttavia, con lo sviluppo dell’agricoltura moderna e la crescente disponibilità di altre fonti alimentari, questa tradizione si è progressivamente ridotta fino a sopravvivere soltanto in alcune comunità costiere.

Negli ultimi anni l’interesse verso le alghe è tornato a crescere, sia per motivi nutrizionali sia per ragioni ambientali. Molte specie presentano infatti un contenuto significativo di fibre, vitamine, sali minerali e composti bioattivi, mentre il loro sapore umami consente di ridurre l’impiego di sale e di esaltare naturalmente il gusto delle preparazioni.

La sfida principale appare oggi culturale prima ancora che gastronomica. Come è accaduto in passato per numerosi ingredienti provenienti da altri continenti — dal pomodoro alla patata — anche le alghe potrebbero richiedere tempo per trovare una collocazione stabile nelle abitudini alimentari europee. La crescente attenzione verso la sostenibilità e la ricerca di nuove fonti alimentari lascia tuttavia pensare che il loro ruolo sia destinato ad aumentare nei prossimi anni.

Dalla sperimentazione alla tavola

La parte gastronomica della serata è stata realizzata con il supporto dell’Unione Regionale Cuochi Liguri, l’organizzazione che rappresenta i professionisti della ristorazione ligure nell’ambito della Federazione Italiana Cuochi, presente il Presidente per Genova e Golfo del Tigullio lo chef Giuseppe Zizzi. Da anni l’associazione promuove la valorizzazione dei prodotti del territorio e l’aggiornamento professionale degli chef, favorendo il dialogo tra tradizione gastronomica e innovazione.

Le preparazioni, che sono state realizzate dallo chef Ruggero Maria Di Luca, specializzato nella cucina di mare, hanno mostrato diversi modi di utilizzare le alghe nella cucina contemporanea.

Un minestrone alla genovese arricchito con spirulina e wakame ha rappresentato l’approccio più vicino alla tradizione, nel quale le alghe risultavano in un ruolo complementare rispetto agli ingredienti classici. Particolarmente interessanti le preparazioni che combinavano ulva, dulse, kombu e salicornia, costruendo un profilo aromatico autonomo e fortemente marino: in questi casi l’alga non era un semplice ingrediente aggiuntivo, ma il centro stesso dell’esperienza gastronomica, nella ricerca di preparazioni che non si limitino ad aggiungere alghe a ricette tradizionali, ma che costruiscano una propria identità gastronomica attorno agli ingredienti marini vegetali. È probabilmente in questa direzione che potrà svilupparsi una vera cultura culinaria delle alghe, ancora poco diffusa nel Mediterraneo.

La degustazione ha mostrato come questi organismi possano essere integrati in preparazioni molto diverse: le ricette presentate hanno utilizzato specie ormai diffuse anche sul mercato europeo, come wakame, kombu, lattuga di mare, dulse e spirulina. Oltre al contenuto nutrizionale — che comprende proteine, fibre, vitamine e sali minerali — le alghe sono apprezzate per la loro capacità di conferire ai piatti il cosiddetto sapore umami, spesso definito come il “quinto gusto”.

La presenza dei cuochi ha rappresentato un elemento importante dell’evento. Se infatti ricerca e industria stanno lavorando per sviluppare nuove filiere produttive, sarà in larga misura la ristorazione a determinare il successo o meno delle alghe come ingrediente alimentare. Storicamente molti alimenti oggi considerati normali sono entrati nelle abitudini dei consumatori attraverso il lavoro di cuochi e ristoratori capaci di trasformare prodotti poco conosciuti in esperienze gastronomiche apprezzate dal pubblico.

Da questo punto di vista la cucina può essere considerata l’ultimo anello della filiera della bioeconomia blu: il luogo in cui innovazione scientifica, sostenibilità ambientale e cultura alimentare si incontrano concretamente nel piatto.

Un cambiamento culturale prima che produttivo

Uno degli aspetti emersi più chiaramente durante l’incontro riguarda la distanza esistente tra le potenzialità del settore e la sua effettiva diffusione sul mercato. Le tecnologie produttive stanno maturando, le applicazioni industriali aumentano e la ricerca procede rapidamente; ciò che sembra mancare è soprattutto una maggiore familiarità del consumatore con questi prodotti.

La storia dell’alimentazione mostra tuttavia che molti ingredienti oggi considerati comuni hanno attraversato lunghi periodi di diffidenza prima di essere accettati. Le alghe potrebbero trovarsi oggi in una fase analoga: abbastanza conosciute da suscitare curiosità, ma non ancora sufficientemente diffuse da entrare stabilmente nelle abitudini alimentari.

In un’epoca in cui la pressione sugli ecosistemi terrestri e marini impone la ricerca di nuove fonti sostenibili di cibo e materie prime, le alghe rappresentano una delle opzioni più interessanti. Non è detto che diventino un alimento di massa nel prossimo futuro, ma il crescente interesse di ricercatori, imprenditori e operatori della ristorazione suggerisce che il loro ruolo nell’economia del mare sia destinato ad aumentare nei prossimi anni.

Di Alberto Mensa