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Maria Laurenza, segretaria nazionale Uila Pesca: “Il maggior coinvolgimento delle donne potrebbe dare un contributo anche per accrescere il grado di rappresentatività dell’intero comparto nei confronti delle istituzioni”

In Europa 100.000 donne attive nel settore a diversi livelli. Per la maggioranza senza retribuzione, né tutele sociali

Del 14 Dicembre 2023

di Angela Iantosca

La presenza femminile nella pesca è molto diffusa ma non esistono dati certi, a livello mondiale, sulla loro reale consistenza. Ma su una cosa non vi sono dubbi: le donne della pesca non sono né riconosciute, né tutelate. Ce lo hanno fatto comprendere le donne che abbiamo intervistato e che fanno parte, a vario titolo, della rete dell’Osservatorio Nazionale della Pesca. E ce lo conferma in questa intervista Maria Laurenza, Segretaria nazionale Uila.

In Europa si stima siano almeno 100.000 quelle attive nel settore, a diversi livelli: produzione, in particolare l’acquacoltura, trasformazione, commercializzazione e amministrazione. Per la maggior parte sono donne che, spesso a titolo volontario e senza retribuzione né tutele sociali, contribuiscono alla gestione delle imprese di pesca, curando le cosiddette “attività a terra”: vendita del pescato, riparazione delle reti, adempimenti fiscali e previdenziali, rapporti con i fornitori e le banche”.

Si tratta di neofite della pesca o di donne legate a questo settore per tradizione familiare?

“Si tratta, per lo più, di parenti strette dei pescatori (mogli, madri, figlie o sorelle) perché la pesca è, in fondo, una “storia di famiglia”, una passione che si tramanda di generazione in generazione. Non esiste una figura giuridica riconosciuta e la loro attività non viene considerata come un lavoro ma, piuttosto, come un aiuto o un sostegno alla famiglia”.

Ma accanto alla figura tipica della donna pescatrice o coadiuvante dell’impresa di pesca familiare, ce ne sono altre: “Ci sono tante donne che si avvicinano a questo mestiere quasi per caso e che proseguono, poi, la loro attività perché si appassionano a questo settore. E poi ci sono tante donne che, pur non essendo direttamente impegnate nell’attività produttiva o nelle attività connesse, sono ugualmente protagoniste di questo settore, ricoprendo incarichi nel mondo politico e amministrativo, nelle associazioni di rappresentanza, nelle istituzioni internazionali, nel mondo della ricerca”.

Come viene percepita la presenza delle donne in un settore che sembra maschile?

“Nell’immaginario collettivo questo settore viene ancora percepito al maschile; si pensa agli uomini impegnati nelle attività di cattura e si relega le donne a un ruolo marginale, trascurando il contributo fondamentale, frutto di impegno, dedizione e competenza, di cui sono portatrici”.

A proposito di parità di genere…

“La parità di genere nel mondo della pesca è un tema difficile, forse più che in altri contesti lavorativi, proprio perché, a tutt’oggi, si fa fatica ad immaginare la donna pescatrice. Diversa, invece, credo sia la percezione di una normale presenza femminile, sia nelle attività connesse, dove però non sono riconosciute a livello giuridico, sia nel mondo delle istituzioni e della rappresentanza dove, come dicevo, molte donne occupano posizioni di rilievo”.

Quale è il vostro lavoro come sindacato?

“Sicuramente il nostro impegno, come Uila, è quello di promuovere la visibilità del ruolo delle donne e del loro contributo lavorativo, economico e sociale e, inoltre, di favorire una loro partecipazione nei processi decisionali, più rispondente al carico di lavoro e responsabilità che esse effettivamente sostengono”.

Quali azioni state mettendo in campo?

“La Uila Pesca è da sempre impegnata a promuovere il ruolo della donna nella pesca. Il nostro obiettivo è quello di sensibilizzare e coinvolgere le donne, in particolare le familiari congiunte al pescatore, in attività di “sostegno sindacale” per aiutare i pescatori a conoscere meglio e far valere i loro diritti e interessi. Molto spesso, infatti, per la natura dell’attività che svolgono, i pescatori hanno poco tempo da dedicare a curare questi aspetti. Spesso non conoscono pienamente i loro diritti sindacali, né le prestazioni assistenziali e previdenziali a cui potrebbero accedere, come ad esempio le malattie professionali. Allo stesso tempo, il maggior coinvolgimento delle donne potrebbe dare un contributo fondamentale anche per accrescere il grado di rappresentatività dell’intero comparto nei confronti delle istituzioni”.

Avete realizzato studi relativi alla presenza delle donne nel mondo della pesca?

“Su questi temi la Uila Pesca ha pubblicato una ricerca, “Le donne della pesca”, tradotto anche in inglese e francese, nella quale si ripercorre la storia del movimento delle donne della pesca che ha dato vita a centinaia di associazioni, in tutto il mondo e si offre una guida formativa su come le donne della pesca possano concretamente aiutare “sindacalmente” gli uomini pescatori”.

Come è nata l’idea dello studio?

“L’idea di questo studio pubblicato da Uila Pesca è nata dalla triste vicenda dei 18 pescatori di Mazara del Vallo, sequestrati in Libia nel 2020, e tenuti prigionieri per ben 108 giorni. Le donne di quei pescatori (madri, mogli, figlie), per protesta contro quel rapimento e contro il silenzio delle istituzioni, misero le tende davanti al Parlamento e passarono lunghe notti all’addiaccio per sensibilizzare il Paese a mobilitarsi per la liberazione dei pescatori. Fu una chiara testimonianza di quanto le donne dei pescatori possano fare per aiutare e sostenere le attività, le ragioni e i diritti dei loro congiunti. Inoltre, e ci tengo a sottolinearlo, la nostra Organizzazione promuove la leadership femminile partendo dal suo interno: abbiamo molte dirigenti donne impegnate sia a livello nazionale che territoriale. La nostra Segreteria Nazionale Uila Pesca è costituta dal 50% da donne e molte sono le donne sindacaliste della Uila Pesca presenti sul tutto il territorio nazionale”.

Qual è il rapporto che avete con l’Osservatorio Nazionale della Pesca?

“L’Osservatorio Nazionale della Pesca è un ente bilaterale istituito nel 1994 dal Contratto nazionale di lavoro sottoscritto da Federpesca e da Fai, Flai e Uila Pesca, nell’ambito del quale, in qualità di soci, siamo impegnati a promuovere e realizzare attività in tema di formazione, aggiornamento, qualificazione e sicurezza degli addetti alla pesca. Proprio in queste settimane, l’Osservatorio Nazionale della Pesca ha presentato il progetto “Donne nell’impresa ittica, costruzione di una rete” che si propone di creare una rete di donne già impegnate in questo settore, favorire la condivisione di esperienze e conoscenze, valorizzare il loro ruolo e accrescere la loro consapevolezza, proporre un percorso formativo che rafforzi le loro competenze. Attraverso questo progetto, vogliamo, insomma, che sia riconosciuto il contributo determinante delle donne in questo settore”.

Quali riforme sarebbero necessarie nel settore della pesca?

“Sicuramente occorre rimettere al centro la dignità del settore, nel suo complesso e dei lavoratori che non godono dei diritti e delle tutele previste per altri comparti produttivi, come un ammortizzatore sociale stabile e strutturato che, al momento, non è ancora esigibile per mancanza dei decreti attuativi; e poi bisogna sanare una profonda ingiustizia che vede l’esclusione della pesca tra i lavori considerati “usuranti” ai fini previdenziali. Ancora, è necessario rimettere al centro del dibattito il tema della sicurezza sul lavoro, dal momento che la legislazione vigente è datata (siamo ancora in attesa dei decreti attuativi del testo unico sulla sicurezza sul lavoro del 2008) e non risponde più alle esigenze effettive del settore, imponendo, ad esempio, dei dispositivi di sicurezza individuali obsoleti e vietando quelli più moderni, leggeri ed efficaci. Queste lacune di carattere sociale, insieme alle politiche europee, orientate unicamente verso la tutela delle risorse ma non dei pescatori, fanno sì che il settore, oggi profondamente in crisi, sconti anche un problema di ricambio generazionale perché i giovani non si avvicinano più a questo mestiere che, oltre ad essere faticoso, non offre tutele né garanzie per il loro futuro. In sostanza, se non vogliamo far scomparire la pesca, occorre ridarle dignità e investire nella modernizzazione del settore”.

Gli interventi annunciati dalla UE nell’ambito della pesca che ricaduta rischiano di avere sulle donne?

“Abbiamo alle spalle anni di politiche europee ispirate ad una ideologia iper-ambientalista, che hanno sempre trascurato i loro effetti sulle economie di quelle comunità territoriali particolarmente dipendenti dalla pesca. La continua riduzione dello sforzo di pesca nel Mediterraneo ha provocato una emorragia di occupati e di imprese che sta mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza di questo settore. Da questo punto di vista, quindi, non c’è distinzione tra uomini e donne e se l’approccio dell’Europa non cambierà, le ricadute ci saranno per tutti e per tutte le famiglie”.

La presenza delle donne favorisce un approccio sostenibile?

“La sostenibilità nella pesca è fondamentale ma deve essere declinata in tutti i suoi aspetti. La politica europea si è finora orientata unicamente verso la sostenibilità ambientale, imponendo continue e ripetute riduzioni dello sforzo di pesca, senza preoccuparsi minimamente di garantire anche una sostenibilità sociale ed economica. Le donne possono giocare un ruolo fondamentale in un’ottica di sviluppo del carattere multifunzionale della pesca, concretizzando le potenzialità offerte dalle attività collaterali (ittiturismo, prima trasformazione dei prodotti ittici) o dalle attività di promozione del consumo domestico di pesce fresco locale. Uno sviluppo che potrebbe consentire alle donne di uscire dalla loro invisibilità e di affermare e valorizzare il loro protagonismo rispetto agli uomini”.