Gli ITS del mare funzionano

Intervista al Sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi

Del 23 maggio 2017

Quali sono le principali indicazioni che avete ottenuto dall’ultimo rapporto Indire sugli ITS italiani?

Abbiamo la conferma che gli ITS funzionano. Il post diploma professionalizzante è utile per il sistema produttivo ma soprattutto per i ragazzi considerato che quasi l’80% dei diplomati trova lavoro, lavora a dodici mesi dal diploma, con buoni contratti. Il monitoraggio, realizzato da Indire su incarico del MIUR, ha evidenziato un incremento di tutti gli indicatori considerati: diplomati, occupati e, soprattutto occupati (incremento del 60,9%, 62,2% e 64,6% nel 2017 rispetto al 2015) in un’area di lavoro coerente con il profilo professionale di riferimento. Sono numeri che esprimono la forza del Sistema ITS e che testimoniano quanto il “terziario post-secondario” sostenendo lo sviluppo delle filiere produttive del territorio e l’occupazione dei giovani è un mondo che va sempre più sviluppandosi.

 

Quali caratteristiche devono avere gli ITS per poter essere ritenuti efficaci?

Detto in poche parole: gli ITS per essere ritenuti utili devono partire dalle aziende. Deve essere il tessuto produttivo a dirci quali figure non si trovano e a collaborare all’interno degli ITS per individuarle. Gli ITS non creano occupazione per il semplice fatto di esserci, ma solo se seguono le indicazioni e le richieste reali delle aziende.

L’offerta formativa degli ITS nasce con l’obiettivo primario di promuovere i processi di innovazione correlati alle 6 aree tecnologiche (mobilità sostenibile, nuove tecnologie per la vita, nuove tecnologie per il made in Italy, tecnologie innovative per i beni e le attività culturali-turismo, tecnologie della informazione e della comunicazione, efficienza energetica, previste all’art. 7 del D.P.C.M. 25 gennaio 2008) e specifici ambiti per una formazione in stretta relazione con le esigenze produttive nazionali.
La conferma dello stretto legame formazione-lavoro che caratterizza i corsi ITS è la scelta di una didattica esperienziale dove l’apprendimento si realizza attraverso fasi di tirocinio che gli studenti trascorrono nelle aziende, che favorisce l’acquisizione di competenze di elevato livello di specializzazione immediatamente spendibili nel mondo del lavoro, agevolando le imprese nella ricerca di figure specializzate da inserire nei processi aziendali.

L’efficacia degli ITS quindi, si misura con un’offerta pensata per giovani diplomati, che sulla scia dei modelli internazionali più avanzati e con una didattica prevalentemente laboratoriale e partecipata dalle imprese, risponde sia alla domanda del mondo produttivo di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche sia alla richiesta di formazione da parte di giovani che vogliono acquisire competenze tecnico operative di processo e di prodotto e concrete possibilità di impiego e di crescita professionale.

 

Che ruolo devono svolgere le Regioni e gli enti locali per migliorarne l’efficacia?

Fondamentale. Alle Regioni spetta decidere quanti e quali corsi far partire, per questo possono tenere conto delle richieste che arrivano dalle aziende, come è utile, ma possono anche seguire altre indicazioni che non sempre aiutano gli ITS e soprattutto i ragazzi. Per questo abbiamo deciso da tre anni, insieme alle Regioni, di destinare il 30% delle risorse come quota premiale ai più bravi. Gli ITS che ricevono fondi aggiuntivi sono quelli che hanno dati positivi su selezione degli studenti, frequenze e soprattutto occupazione dei diplomati. Più funzioni più ti finanzio per aumentare corsi e opportunità.

La sinergia tra sistemi di istruzione, ricerca e lavoro è sempre più rilevante nell’ambito delle strategie di sviluppo e di alta qualificazione professionale per offrire a giovani e adulti ampie opportunità occupazionali. L’obiettivo strategico della programmazione regionale è di puntare all’innalzamento sia qualitativo che quantitativo dei saperi e delle competenze, assicurando scenari di partecipazione e di permanenza nel mercato del lavoro mediante l’individuazione di forme specifiche, strutturate e stabili di intervento, per rispondere alla domanda di professionalità da parte delle imprese che operano nei settori trainanti dell’economia regionale e garantirne l’attrattività e la partecipazione: un traguardo perseguibile solo attraverso il lavoro, la dedizione ed il supporto di una schiera di professionisti educati per offrire al tessuto produttivo risposte puntuali, chiare ed efficaci.

 

A distanza di poco meno di dieci anni dall’avvio dei primi ITS, ritiene ancora valide le esperienze delle fondazioni pubblico-private che li governano?

Assolutamente sì! Gli ITS sono il nostro sistema post diploma professionalizzante e questo governo ha deciso di crederci fino in fondo. I dati sui primi diplomati sono incoraggianti: il 79% ha trovato lavoro poco dopo il diploma. Dopo una prima fase di avvio degli ITS ora è arrivato il momento di puntare sulla qualità, di semplificare alcune procedure e di trovare un luogo dove si discuta delle prospettive future di questi percorsi.

La sfida che ne consegue è particolarmente importante, in quanto dalla capacità di risposta del sistema formativo dipendono gli scenari futuri di spendibilità di competenze a livello europeo e, quindi, i tassi di partecipazione e di permanenza nel mercato del lavoro. Se in prima istanza era importante declinare lo strumento giuridico più idoneo per far sì che la formazione tecnica terziaria non accademica che gli ITS rappresentano prendesse l’avvio anche in Italia come nel resto d’Europa, oggi è necessario far sì che questa offerta diventi una realtà stabile del nostro Paese volto a qualificarne i percorsi anche in ambito internazionale oltre che regionale e interregionale.

 

Secondo lei gli ITS riescono a rappresentare compiutamente l’espressione formativa del tessuto industriale ed economico dei territori in cui operano? Ha notato nel corso di questi anni un miglioramento in tal senso?

Abbiamo rilevato attraverso i dati del recente monitoraggio l’incremento delle imprese per le attività di stage (incremento significativo nelle fasce 1 – 9 dipendenti; 10 – 49 e 50 – 249), elementi legati alle attività delle Fondazioni e, in particolare all’aumento del numero delle reti di collaborazioni e all’attività di ricognizione di fabbisogni formativi (orientamento, promozione e divulgazione del percorso e di formazione formatori). I dati evidenziano anche come tali attività siano meno frequenti nelle fondazioni che non raggiungono gli obiettivi prefissati dal sistema ITS. Sono numeri che ci convincono e fanno capire in che modo il sistema sta funzionando, quali sono le strategie che si rivelano vincenti e quali per contro sono le criticità da analizzare e migliorare con azioni specifiche affinché il percorso realizzato porti al successo tutti gli attori della filiera, dai giovani studenti alle imprese, passando per i docenti, le università e la gestione organizzativa. Mi sembra un ottimo risultato una delle strade da percorrere per dare opportunità di lavoro ai nostri giovani e per arricchire le nostre imprese e i centri di ricerca con tecnici altamente qualificati.

 

Qual è la strategia del Governo italiano per rilanciare e consolidare il sistema degli ITS? E quali investimenti sono previsti?

Come Governo e come MIUR stiamo lavorando per individuare una strategia per rilanciare e consolidare il sistema degli ITS e farlo diventare il canale di formazione tecnica terziaria di questo Paese, efficace e visibile, alternativo all’università, di pari dignità. Innalzare la quota premiale per incentivare la qualità dei percorsi e l’elevazione del profilo anche in campo internazionale, è stata una ulteriore azione messa in campo per riconoscere alle Fondazioni il merito della loro offerta che il Miur premia appunto per incentivarne maggiormente lo sviluppo. Premio per incrementare collaborazioni, reti, imprese, enti, università e le stesse regioni che fissano la programmazione, ad ampliare il campo di indagine e ricerca e soprattutto a rendere maggiormente visibile il tipo di offerta che dà valore al titolo di eccellenza che promuove il profilo del diplomato Tecnico Superiore.

Da sottolineare  anche il recente Avviso Fondi Strutturali Europei – Programma Operativo Nazionale “Per la scuola, competenze e ambienti per l’apprendimento” 2014-2020, un bando di 140 mln di euro volto a qualificare i percorsi di alternanza scuola-lavoro che prevede misure per l’attuazione di percorsi destinati, oltre che agli studenti frequentanti gli ultimi 3 anni della scuola secondaria di secondo grado, anche a gruppi di studenti (20) frequentanti gli Istituti Tecnici Superiori (ITS)  interessati a Tirocini/stage aziendali in ambito interregionali o all’estero.

Attività che unitamente alle misure messe in atto dalle Linee guida (C.U. 3 marzo 2016) che hanno definito, inoltre, la Commissione Nazionale per il Coordinamento dell’offerta formativa, rappresentano un ulteriore passo avanti per favorire i processi di coordinamento dell’offerta formativa e promuovere l’aggiornamento delle aree tecnologiche con relativi ambiti e figure.

 

Gli ITS riescono a integrarsi bene con gli altri percorsi formativi di istruzione secondaria superiore?

Nei percorsi attivi, si. Se non ci sono le scuole un ITS non parte. Il problema è far conoscere dentro le realtà scolastiche del nostro Paese queste opportunità ed è l’aspetto sul quale ci stiamo concentrando in questo anno, un orientamento nel percorso scolastico. L’offerta formativa dell’istruzione terziaria non accademica, quale quella proposta dagli ITS, nasce principalmente dall’ integrazione fra sistemi educativi, territorio e sistema produttivo, con la sfida di dare continuità ai processi di apprendimento dell’istruzione secondaria di secondo grado e offrire una nuova interessante possibilità, vicina al mondo produttivo del proprio territorio, come alternativa alla formazione terziaria accademica offerta dalle Università.

È bene anche ricordare che per completare l’integrazione tra sistemi lungo la filiera formativa è stato sottoscritto in sede di Conferenza Stato Regioni uno specifico Accordo per consentire, ai giovani e agli adulti, in possesso di diploma professionale conseguito al termine dei percorsi quadriennali di istruzione e formazione professionale (IeFP) di accedere ai percorsi ITS attraverso la partecipazione ai percorsi di istruzione e formazione tecnica superiore (IFTS) di durata annuale

 

Qual è la sua opinione su quelli che per comodità definiamo gli ITS del mare?

Abbiamo un mercato dell’economia del mare straordinario e un capitale umano legato all’economia del mare che necessita di formazione.

Il sistema di istruzione “nautica” adottato dal MIUR, è organizzato su due livelli, parte di un’unica filiera formativa la cui continuità è conferita dall’ITS in quanto passano da una formazione generale, dei percorsi della Scuola Secondaria Superiore degli Istituti Tecnici Trasporti e Logistica, ad una formazione professionalizzante, specifica, altamente specializzata e dinamicamente rispondente alle continue sollecitazioni che provengono in questo settore dalle normative nazionali ed internazionale dal sistema armatoriale.

Gli ITS del mare, infatti, approfondiscono gli aspetti scientifici, operativo/gestionali e giuridici (in relazione alle Convenzioni Internazionali STCW, SOLAS, MARPOL e MLC) e favoriscono il conseguimento, in modo coordinato e tracciabile delle CERTIFICAZIONI previste dalle norme vigenti.

Gli ITS del mare, attualmente, sono un esempio concreto, consolidato nel tempo, di come il modello degli ITS può e deve funzionare. Il recente monitoraggio, per quanto riguarda la figura di Tecnico Superiore per la Mobilità delle persone e delle merci afferente all’area Mobilità sostenibile, a cui fanno riferimento diversi ITS del mare, hanno evidenziato un trend in crescita tra le figure con il maggior numero di occupati degli ultimi tre anni: 98 gli occupati nel 2015, 100 nel 2016 e 156 nel 2017.

 

Ritiene che sia possibile favorire anche attraverso gli ITS una maggiore integrazione dei mestieri legati ai trasporti marittimi con i servizi che più genericamente possiamo considerare afferenti l’Economia del Mare, come ad esempio il turismo?

Il sistema dell’Istruzione tecnica superiore (ITS) è oggi il canale formativo che offre le maggiori possibilità ai giovani di trovare uno sbocco occupazionale. Numeri che ci convincono che questa è la strada da percorrere per dare opportunità di lavoro ai nostri giovani e per arricchire le nostre imprese e i centri di ricerca con tecnici altamente qualificati. La filiera dell’economia del mare interessa diversi settori, dalla pesca e la cantieristica alle industrie estrattive marine, all’ambito del turismo, come ben dice e ha un peso e un valore strategico dato dalle sinergie tra le industrie. Gli ITS sono nati per stabilire da subito un legame molto forte con il mondo produttivo ed è ragionevole pensare che anche la loro programmazione regionale, in termini di adeguamento del sistema formativo, possa pensare a nuove figure professionali promuovendo il coinvolgimento degli ITS. Penso al Caboto di Gaeta per la nautica, all’Accademia del Mare per nuove figure manageriali, ma anche alla Campania, al Veneto, alle altre regioni sul cui territorio sono nati gli ITS non solo del mare, che devono fare in modo che i sistemi produttivi ed istituzionali lavorino insieme per l’inserimento dei profili professionali necessari. In fondo è questa la missione degli ITS: alimentare i percorsi formativi di un processo di apprendimento continuo e altamente correlato alla necessità della struttura produttiva tale da sostenere e innalzare l’attrattività e la competitività del territorio, compreso il Turismo.

 

Qual è invece il ruolo delle università e dei centri di ricerca del mare?

Vorrei sottolineare l’importanza di tutti i centri di ricerca, quindi anche delle università e dei centri di ricerca del mare, per assolvere un compito irrinunciabile: cooperare alla crescita, allo sviluppo del Paese, attraverso risultati che permettano a tutti gli attori sociali (ricercatori, cittadini, policy makers, industrie e organizzazioni del terzo settore, mondo della scuola) di lavorare insieme durante l’intero processo di ricerca e innovazione, con l’obiettivo di avvicinare tale processo ai bisogni e alle necessità di tutti i cittadini italiani ed europei. Affinché questo avvenga non solo la ricerca necessita di essere alimentata in maniera continua e costante ma soprattutto di approfondire i rapporti con l’industria e la società come un’opportunità e un vantaggio per lo sviluppo del territorio e dell’intero Paese.

Il contributo dei Centri di ricerca del mare, in tal senso, assume un ruolo determinante: sia per assicurare che gli ecosistemi marini rimangano o diventino sani, essendo così in grado di offrire i loro benefici anche in futuro, sia per migliorare le attività che fondano la propria esistenza sul mare e contribuire alla crescita e alla creazione di posti di lavoro concentrandosi su quelle aree, già indicate in precedenza dalla Commissione europea sul tema della “crescita blu”(Comunicazione 2012) come energia rinnovabile, acquacoltura, turismo, risorse minerarie e biotecnologie sui quali puntare per la cosiddetta blue economy.