L’album Marinai, profeti e balene di Vinicio Capossela

Un’opera “ciclopedica”
Nello sterminato panorama di opere ispirate e dedicate al mare, sia nella letteratura che nella musica, brilla in Italia una perla unica, la fatica straordinaria di Vinicio Capossela, Marinai, profeti e balene (2011), album in cui il cantautore tesse sapientemente la letteratura “marina” e le suggestioni più sublimi sul destino e la morte da un capo all’altro dei millenni e dell’oceano. È Capossela stesso, infatti, a definire il suo album, in un’intervista per il Corriere della Sera nel 2011, «un’opera “ciclopedica” una “Marina Commedia” fuori misura» e appare davvero “ciclopedico” il tentativo (più che riuscito) di abbracciare l’intero bagaglio di miti, leggende, letteratura, poesia e teologia inerente al mare che la civiltà occidentale, dall’Egeo all’Atlantico, ha accumulato per più di duemila anni.
L’oceano nuovo e il mare antico
Marinai, profeti e balene si divide in due CD, uno «oceanico e biblico» il secondo «omerico e mediterraneo», le cui tracce sono ispirate e a volte anche interamente costituite dai più importanti lavori della letteratura di mare della nostra storia. Il primo, di sapore quasi interamente Atlantico, attinge infatti a piene mani dall’opera di Herman Melville — di dieci tracce cinque sono direttamente o indirettamente riconducibili a Moby Dick (1851), una invece a Billy Budd (postumo 1924) — e a Joseph Conrad — Lord Jim (1900) —. L’influsso pervasivo del capolavoro melvilliano porta con sé anche un inevitabile richiamo alla Bibbia, che viene esplicitato nella splendida e furiosa Job (traccia 9).
Ed è proprio nelle tracce “melvilliane” che Capossela dà libero corso alla sperimentazione, restituendo testi di canzoni riportati in Moby Dick alla musica (L’oceano oilalà, traccia 2) e dando vita a brani del romanzo attraverso la recitazione e lo spoken word (La bianchezza della balena, traccia 6 e I fuochi fatui, traccia 8). Il secondo CD, invece, ci riporta alle acque cristalline ma incantatrici del Mediterraneo, sopra alle quali mormora ancora il canto di Omero e il suono della cetra degli aedi, passando per Saffo.
Le Pleiadi, traccia 3, incastona infatti alcuni meravigliosi versi della poetessa in una suggestione d’amore alla Penelope e Odisseo, mentre Aedo, traccia 4, svela la vera anima dell’album nei versi «Siamo due coste di rupe/ aspettiamo un terremoto/ per unirci di nuovo/ in un solo canto».
Polifonia marina
Un’opera simile non poteva però che essere il frutto di una ciurma fedele e variegata, quasi come quella della baleniera Pequod, che nelle intenzioni di Melville doveva rappresentare tutta l’umanità. Ecco che il Capitano Capossela, issato un pianoforte degli anni ’30 sulla rocca del Castello Aragonese di Ischia, ha quindi chiamato a sé artisti straordinari dai quattro angoli del mondo (o dai sette mari).
Il cretese Psarantonis, che dona all’opera il suono della sua lira e della sua voce, il Coro di voci bianche Mitici Angioletti e quello del Drunk Sailor Choir, Myriam Essayan e il suo bodhràn, gli amici americani Marc Ribot e Greg Cohen e molti altri. Una tale ricchezza artistica è dunque riuscita a restituire a questa impresa colossale la moltitudine infinita di voci, echi e sussurri del mare, quegli degli spettri e dei mostri che lo abitano ma anche quelli delle luci e della bellezza che su di esso ci indicano la via.


Giulia Roncari
Giulia Roncari, Redazione Economia del Mare Magazine e Economia dello Spazio Magazine


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