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Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Piano del Mare 2026-2028: la vera sfida è trasformare la strategia in competitività

Ci sono documenti destinati ad accompagnare l’attività amministrativa e altri che, invece, contribuiscono a definire una visione del Paese. Il nuovo Piano del Mare 2026-2028, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Serie Generale n. 149 del 30 giugno 2026, appartiene certamente a questa seconda categoria. Non perché introduca una nuova politica del mare – quella è stata avviata con il primo Piano – ma perché ne consolida l’impianto, ne aggiorna le priorità e, soprattutto, conferma la volontà dello Stato di considerare il mare una componente strutturale della propria politica industriale e di sviluppo.

La continuità, nelle politiche pubbliche, rappresenta spesso il risultato più difficile da raggiungere. Per questo la seconda edizione del Piano assume un significato che va oltre il suo orizzonte temporale. Significa riconoscere che il percorso intrapreso negli ultimi anni non è stato un’esperienza isolata, ma l’inizio di una strategia destinata a evolvere. In questo percorso va riconosciuto il ruolo svolto dal Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci, che ha contribuito a rafforzare una governance nazionale capace di ricondurre a un quadro unitario competenze, strumenti e politiche che per troppo tempo avevano proceduto lungo direttrici parallele.

La vera portata del Piano, tuttavia, non si misura dal numero delle azioni previste né dalle singole misure contenute nel documento. Si comprende osservando il contesto nel quale nasce.

Negli ultimi anni il Mediterraneo ha riacquistato una centralità che sembrava appartenere ai libri di storia. Le tensioni geopolitiche, la ridefinizione delle rotte commerciali, la sicurezza energetica, la tutela delle infrastrutture critiche, la crescente importanza dei cavi sottomarini e delle reti digitali hanno modificato il valore strategico del mare. A questo si aggiunge una trasformazione tecnologica senza precedenti, che sta cambiando il modo stesso di osservare, monitorare e governare lo spazio marittimo.

È dentro questa trasformazione che il Piano del Mare acquista il suo significato più autentico.

Per molti anni abbiamo raccontato il mare attraverso le sue filiere. Portualità, logistica, cantieristica, pesca, nautica, turismo, trasporto marittimo. Una lettura utile, ma inevitabilmente parziale. Oggi il mare è qualcosa di diverso. È il luogo in cui convergono economia, industria, sicurezza, innovazione, ricerca, ambiente e politica internazionale. È uno spazio dove interessi economici, tecnologici e geopolitici si sovrappongono con un’intensità che probabilmente non ha precedenti.

La scelta di mantenere e rafforzare le sedici direttrici strategiche del Piano va letta proprio in questa prospettiva. Non serviva riscrivere l’architettura della strategia nazionale. Sarebbe stato persino un errore. Era necessario aggiornarne i contenuti, adeguandoli a uno scenario internazionale molto diverso rispetto a quello di appena tre anni fa. Le priorità rimangono le stesse, ma cambia il contesto nel quale dovranno essere attuate. Cambia il peso del Mediterraneo. Cambiano le tecnologie. Cambiano le esigenze delle imprese. Cambia il modo di intendere la competitività del sistema mare.

C’è poi un aspetto del Piano che merita una riflessione particolare e che, probabilmente, rischia di passare inosservato.

Per descrivere il valore economico del mare, il Governo sceglie di assumere come riferimento il XIII Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare, elaborato da Unioncamere, Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e OsserMare. Non è una semplice citazione statistica. È il riconoscimento del valore della conoscenza come infrastruttura strategica.

Dietro quei numeri – 76,6 miliardi di euro di valore aggiunto diretto, oltre 1,1 milioni di occupati e un impatto economico complessivo di 216,7 miliardi di euro, pari all’11,3% del PIL nazionale – non c’è soltanto una fotografia dell’economia del mare italiana. C’è un lavoro di analisi sviluppato nel tempo che ha consentito di trasformare la Blue Economy da concetto evocativo a fenomeno economico misurabile. È anche grazie a questo patrimonio informativo se oggi il decisore pubblico dispone di strumenti affidabili per comprendere l’evoluzione delle filiere, valutare gli effetti delle politiche e orientare gli investimenti.

Le strategie, infatti, non si costruiscono sulle intuizioni. Si costruiscono sulla conoscenza. Misurare significa comprendere. Comprendere significa decidere. È una lezione che vale per ogni politica industriale e che il Piano del Mare recepisce con particolare chiarezza, riconoscendo implicitamente il ruolo svolto dal Sistema camerale italiano nella costruzione di una cultura economica del mare fondata su dati, analisi e monitoraggio continuo.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui.

La competitività del mare italiano nei prossimi anni non dipenderà soltanto dalla qualità delle infrastrutture portuali o dalla forza delle imprese della Blue Economy. Dipenderà sempre di più dalla capacità di governare l’innovazione tecnologica. Il Piano coglie questa trasformazione quando richiama il ruolo della digitalizzazione, del monitoraggio, delle piattaforme informative, della ricerca e dell’innovazione. È un passaggio che apre prospettive importanti per lo sviluppo delle tecnologie marine avanzate, dell’osservazione della Terra, dei sistemi satellitari, della sensoristica, dell’intelligenza artificiale e della Dimensione Subacquea, destinati a diventare elementi sempre più centrali nella gestione del dominio marittimo.

È proprio in queste interconnessioni che si intravede una delle sfide più interessanti del prossimo decennio. Blue Economy, Space Economy e Dimensione Subacquea stanno progressivamente smettendo di essere mondi separati. I satelliti osservano il mare e producono dati indispensabili per la sicurezza, la navigazione, il monitoraggio ambientale e la pianificazione dello spazio marittimo. Le tecnologie subacquee proteggono infrastrutture strategiche, sviluppano nuovi servizi e ampliano le possibilità della ricerca scientifica. L’intelligenza artificiale rende possibile elaborare in tempo reale una quantità di informazioni impensabile fino a pochi anni fa. Sono filiere che si stanno avvicinando rapidamente e che rappresentano una delle principali opportunità di crescita per il sistema Paese.

Il Piano del Mare indica una direzione. Ma nessuna strategia produce risultati per il solo fatto di essere stata scritta.

La vera sfida comincia adesso.

Significa trasformare una visione condivisa in politiche industriali efficaci, investire nelle competenze, accelerare il trasferimento tecnologico, sostenere la ricerca, accompagnare le imprese verso nuovi mercati e consolidare il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo.

Le nazioni marittime non si riconoscono soltanto dalla lunghezza delle loro coste o dalla posizione geografica. Si riconoscono dalla capacità di trasformare il mare in innovazione, conoscenza e competitività. È su questo terreno che il Piano del Mare 2026-2028 sarà chiamato a dimostrare il proprio valore. E sarà su questo terreno che si misurerà anche la capacità dell’Italia di interpretare il proprio futuro.

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Piano del Mare 2026-2028: la vera sfida è trasformare la strategia in competitività
Roberta Busatto

Giornalista, specializzata in Economia dello Spazio, in Economia del Mare e in Mindfulness - istruttrice MBSR e facilitatrice LEGO® SERIOUS PLAY® .Dal 2004 si occupa di Aerospazio e dal 2011 di Economia del Mare. Dirige Economia dello Spazio Magazine, Economia del Mare Magazine e Space& Blue Magazine, oltre a seguire le relazioni istituzionali ed esterne in questi settori per importanti stakeholder. Ideatrice del Progetto "Space&Blue Made in Italy" con il suo Forum Space&Blue e del Progetto "Blue Forum Italia network".