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CLUSTER – Intervista a Vincenzo Poerio

Del 4 Agosto 2016

Vincenzo Poerio:

dalla Nautica all’Economia del Mare

dalle Regioni all’Italia

 Vincenzo Poerio CEO BenettiYachts a

Vincenzo Poerio non ha bisogno di presentazioni. E’ Amministratore Delegato del più grande cantiere nautico del Mondo, Benetti, fondatore del centro di servizi per la nautica e l’Economia del Mare NAVIGO, Rappresentante del comparto marittimo nel Cluster Tecnologico Trasporti Italia 2020 e Presidente del Distretto tecnologico della nautica e della portualità toscano.

Un manager dalla personalità ben definita, noto per la sua interlocuzione chiara e diretta.

Da qualche anno è protagonista del cambiamento della nautica, sempre più integrata a un discorso di rete con altri settori dell’Economia del Mare.

Un cambiamento che implica anche un allargamento dei confini territoriali, una connessione interregionale e internazionale.

Poerio ha in mente una nuova idea di sviluppo nazionale, che parte dalla creazione di centri regionali di servizi per le imprese dell’Economia del Mare. In questa fase di ampliamento della rete NAVIGO è previsto anche il Lazio.

 

Grazie al suo ruolo imprenditoriale e associativo ha avuto modo di analizzare da vicino il tessuto produttivo italiano. Qual è il punto di partenza della sua idea di sviluppo per l’Economia del Mare?

“La problematica, se vogliamo chiamarla così, tutta italiana è legata a una dimensione aziendale particolare. Che può essere un vantaggio o un problema.

Il settore è suddiviso in migliaia di aziende piccole, in cui ci sono tantissime eccellenze, ma che trovano difficoltà a intraprendere una strada comune.

Per questo sono convinto da tempo della necessità di spostare le organizzazioni di impresa nelle regioni, perché è fondamentale per stare loro vicino.

Bisogna stare in tutte le aree territoriali dove si focalizzano dei nuclei industriali.

E’ più facile così monitorarne la crescita e riuscire a individuare le esigenze, che ovviamente non solo variano da settore a settore ma anche da territorio a territorio”.

 

Secondo lei da cosa si può partire per trasformare le criticità in opportunità?

“Io penso ci siano due tipi di attività da fare: una locale, per affrontare i problemi territoriali e una nazionale per affrontare i problemi comuni.

Occorre prima di tutto un confronto tra regioni per predisporre un intervento allargato. Ci vogliono regole e principi validi su tutto il territorio italiano, al di là delle problematiche locali.

Prendiamo l’esempio della legge sui marina resort: se ci fosse stato un coordinamento nazionale di comitati regionali in cui fossero rappresentati tutti i presidenti di distretto, ognuno avrebbe spinto per raggiungere quello stesso obiettivo.

Nessuno vuole guardare con chiarezza a quella che per me è una problematica di fondo: le aziende si sono associate a livello nazionale ma questo contrasta con i livelli regionali. Occorre capire come far funzionare la comunicazione delle associazioni nazionali con le istituzioni regionali”.

 

Cosa dovrebbero fare le regioni per supportare il sistema mare?

“Le Regioni, attraverso le loro Smart Specialitazion Strategy stanno evidenziando le proprie tipicità, il loro DNA.

Ogni Regione dovrebbe individuare i propri punti forti. Poi un coordinamento centrale nazionale deve scegliere dove investire oppure dove cambiare se è necessario. Tale processo si può monitorare, selezionando elementi di sviluppo comuni. Questa è una politica industriale.

Le collaborazioni tra Regioni danno la possibilità di realizzare progetti internazionali, tenendo conto che l’Italia deve ospitare stranieri per poter capitalizzare e crescere.

Le commissioni regionali devono fare programmi comuni, andare a conquistare il mondo insieme e non disperdere soldi ed energie per coordinare attività e investimenti territoriali.

Bisogna andare al di sopra delle logiche del puro localismo e guardare largo.

Basta partire dal fatto che nel mondo il 99,13% delle persone non è italiana. E’ un affare enorme ma bisogna farlo bene, con standard comuni in ogni area”.

 

Un lavoro che potrà essere svolto dal Cluster Tecnologico dell’Economia del Mare?

“A livello nazionale abbiamo oggi il Cluster Trasporti Italia 2020, che attualmente coinvolge 8 Regioni, 73 realtà italiane suddivise in 11 Università, 2 enti di ricerca, 6 organismi di ricerca, 1 organismo di formazione, 39 imprese (24 grandi imprese e 15 PMI), 11 aggregazioni pubblico-private e 3 associazioni di categoria.

Il Cluster è riconosciuto dal MIUR come riferimento per il settore dei mezzi e dei sistemi per la mobilità di superficie terrestre e marina. All’interno vengono valutati investimenti in ricerca e sviluppo nel settore dei trasporti (aria, mare, ferro, strada). Per il mare ci sono Benetti e Fincantieri, insieme a NAVIGO in rappresentanza di un centinaio di imprese del cluster nautico toscano e Navicelli in rappresentanza di un raggruppamento di PMI. Lo sviluppo del comparto marittimo è quindi dentro una logica più ampia.

Ma certamente un discorso del genere non rappresenta adeguatamente le esigenze del resto della filiera.

Pensiamo ai servizi a mare e a terra, ai marina, agli operatori turistici.

Lo sviluppo a mare necessita inoltre di un collegamento unico, che coinvolga anche i pescatori, le piattaforme petrolifere ed estrattive, oltre a tutto ciò che riguarda lo shipping e la logistica.

Insomma ci vuole un piano strategico nazionale di sviluppo che certamente il Cluster dell’Economia del Mare potrebbe favorire.

In generale, penso che con i distretti e i cluster non dobbiamo limitarci solo a fare innovazione, che comunque è fondamentale, ma dobbiamo costruire anche una strategia che significa avere una sana politica industriale. Questa non può essere limitata a livello regionale, ma le Regioni devono fare sinergia e capire come dividersi le cose a seconda delle proprie vocazioni.

Insomma in Italia ci vorrebbe un Ministero del Mare. Occorre che qualcuno ci dica dove è meglio far nascere un marina e dove una zona industriale, dove favorire e incentivare la pesca e dove il turismo balneare”.

 

Chiudiamo con la nautica, che lei conosce bene. Cosa fare?

“Nella nautica partirei da una distinzione tra chi costruisce barche superiori ai 24 metri e chi costruisce barche inferiori ai 24 metri, perché hanno caratteristiche e obiettivi differenti e vanno gestiti diversamente.

Va poi valorizzata la filiera, destrutturata, delle PMI che fanno oggi riferimento a società di servizio che le sostengono, anche per gli accessi ai finanziamenti.

Con un’azione territoriale puoi capire quali sono le aziende con cui sviluppare progetti, quali sono le PMI che possano supportare le grandi aziende che sviluppano prodotti elevandone gli standard.

Nella nautica la convivenza tra grande azienda e PMI è un vantaggio. La grande azienda può compiere attività per sviluppare grandi commesse, ad esempio quelle dei superyacht, dando così lavoro a molte imprese di dimensioni più ridotte”.

 

Lei ha sempre detto che la nautica da sola non basta, ma va vista in una logica più ampia legata all’Economia del Mare.

“Certo. Pensiamo proprio al caso delle imbarcazioni superiori ai 24 metri, il cui turismo è dinamico, ma che possono rimanere anche nel nostro Paese. Per farlo dobbiamo costruire standard di qualità nei servizi, nei porti, negli eventi, nei collegamenti con l’interno.

La filiera dei servizi potrebbe crescere notevolmente, ma ci vuole una visione più strategica e più lunga.

Occorre una rete dei marina italiani dalla Sicilia alla Liguria dalla Puglia al Friuli Venezia Giulia, che possa fare un’unica pubblicità nei posti giusti. Questo ti fa venire in Italia tanta gente e favorisce lo sviluppo di nuove professionalità, come la direzione dei porti, i direttori di macchina, gli chef di bordo.

La Brexit ci aiuta a spingere per gli europei veri, perché dobbiamo dirlo che fino ad oggi tutto questo è stato in mano agli inglesi.

E ci si può organizzare per collaborare anche con altri marina nel Mediterraneo, dando la possibilità di muovere turismo.

Si possono trovare attività anche fuori dall’Italia ma comunque in primis pensiamo allo sviluppo nel nostro Paese, che è fondamentale.

Spesso è la nostra italianità che ci rovina. Dovremmo essere più organizzati ad accogliere il turismo e fare azioni comuni.

Ma soprattutto dobbiamo creare le persone giuste. La formazione è essenziale. Ecco perché in Toscana abbiamo promosso la nascita di ISYL – Italian Super Yacht Life –, una fondazione ITS che ha uno sguardo internazionale e che si occupa di progetti di formazione per addestrare future professionalità del settore dello yachting, formandole in modo omogeneo e condiviso nel rispetto delle normative vigenti.

Tra i soci fondatori ci sono Overmarine, Perini Navi, Cantieri Navali Ugo Codecasa, oltre che Azimut Benetti e NAVIGO.

Ad oggi la fondazione ha attivato due corsi a Viareggio, uno per comandanti di superyacht e uno per refitter del settore, e prevede di erogare percorsi per altre figure professionali, come stewardess, chef di bordo, tecnici della logistica”.