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Long John Silver, pirata e poeta

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L’indimenticabile pirata di L’Isola del Tesoro è in realtà uno dei più famosi poeti inglesi

Il pirata

Tra le storie di mare più amate di tutti i tempi è impossibile non ricordare L’Isola del Tesoro (1883), capolavoro della narrativa d’avventura di Robert Louis Stevenson. La vita semplice del giovane Jim Hawkins che viene improvvisamente sconvolta dall’arrivo di una misterioso e spaventoso individuo, il caleidoscopio di figure violente e terribilmente affascinati, i pirati, dai quali bisogna fuggire o con cui bisogna contrattare, l’avventura del viaggio per mare, la meraviglia di un tesoro a lungo sognato, l’adrenalina dei colpi di scena secchi e perfetti come scatti di un ingranaggio sono tutti elementi che si mescolano in modo irresistibile nel romanzo e che lo hanno reso un classico. Sopra a tutto questo si stagliano poi personaggi meravigliosamente vivi e complessi, come il cuoco, capitano e pirata Long John Silver, che tanta fortuna ha avuto nel tempo da diventare oggetto di opere successive a lui interamente dedicate, come i due romanzi di Björn Larsson La vera storia del pirata Long John Silver (1995) e L’ultima avventura del pirata Long John Silver (2013).

Il poeta

Ma l’uomo dalla gamba sinistra tagliata fin sotto l’anca, che per muoversi utilizza una gruccia della quale si serve «con prodigiosa destrezza, saltellandovi sopra come un uccello, […] alto di corporatura e robusto, con una faccia larga come un prosciutto, scialba e volgare, ma rischiarata da un intelligente sorriso», che suscita la nostra simpatia e subito dopo ci atterrisce con i suoi costanti e repentini cambiamenti d’animo e di schieramento non è frutto della sola immaginazione di Stevenson. L’autore, infatti, in una lettera indirizzata all’amico poeta e giornalista William Ernest Henley nel maggio del 1883 scrive: «Ti farò una confessione. È stata la vista della tua forza menomata e della tua imperiosità a generare John Silver ne L’Isola del Tesoro. […] l’idea dell’uomo menomato, che comanda e terrorizza con una sola parola, è stata interamente presa da te».

Henley era in effetti un uomo possente, di immenso carisma e passione, capace di travolgere una stanza soltanto varcandone la soglia. Caratteriste ancor più formidabili se considerate alla luce della malattia che lo afflisse per tutta la vita, una forma aggravata di tubercolosi che colpì le sue ossa e che portò all’amputazione della sua gamba sinistra e a lunghi periodi di degenza in ospedale.

La poesia

La forza d’animo fuori dal comune di Henley lo portò a mascherare sempre quella sofferenza, dando prova di uno stoicismo straordinario anche quando la degenerazione della malattia rischiò di portarlo ad una seconda amputazione, quella della gamba destra. Il poeta si oppose a quell’operazione, finendo tuttavia per restare ricoverato in ospedale per tre anni, preda di dolori atroci. È proprio in quel periodo che Henley, oltre a una raccolta di poesie dal titolo In Hospital (1873-1875), una delle prima prove inglesi di verso libero, scriverà anche la sua poesia più famosa, Invictus, un componimento che lo stesso Nelson Mandela ha raccontato essere stato un’inesauribile fonte di forza durante i suoi anni di prigionia. Ve la lasciamo di seguito, in tutta la sua eterna forza.

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,

Nera come un pozzo da un polo all’altro,

Ringrazio qualunque dio esista

Per la mia anima invincibile.

Nella feroce morsa delle circostanze

Non ho arretrato né gridato.

Sotto i colpi d’ascia della sorte

Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d’ira e lacrime

Incombe il solo Orrore delle ombre,

E ancora la minaccia degli anni

Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,

Quanto piena di castighi la vita,

Io sono il padrone del mio destino:

Io sono il capitano della mia anima.