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NAUTICA – Intervista a Gaetano Bergami, Presidente di CNA Produzione

Del 4 Agosto 2016

La componente artigiana delle imprese è l’ossatura della nautica italiana 

Intervista a Gaetano Bergami, Presidente di CNA Produzione

Foto Bergami

Qual è secondo lei la situazione del comparto della nautica da diporto oggi, anche alla luce del 4° Rapporto che avete presentato lo scorso aprile? E quali i principali asset di sviluppo?

“La pesantissima crisi recessiva che, a partire dal 2008, ha toccato anche questo comparto, così dinamico e innovativo, ha lasciato ferite profonde portando alla chiusura di diverse aziende e rischiando di compromettere il futuro di molte altre sia nel campo della cantieristica che delle attività di manutenzione e refitting e degli altri servizi alla portualità.

Dopo sette anni di crisi possiamo affermare che non siamo completamente usciti dalla spirale negativa. Nonostante, infatti, i dati positivi della grande cantieristica il mercato interno continua a soffrire e a ridurre il suo peso. L’analisi del fatturato complessivo dell’industria nautica italiana mostra finalmente qualche segnale di lieve ripresa, ma va, tuttavia, interpretato con molta prudenza.

In ogni caso non è realistico immaginare un ritorno ai livelli del passato. Basti pensare che nel 2008 il fatturato complessivo della nautica era pari a 6 miliardi di euro, mentre le stime per il 2015 sono pari a 2 miliardi e mezzo. Il 2014 e il 2015 si sono rivelati come gli anni della ripresa, seppur debole e trainata principalmente dall’export. Il dato però, ribadisco, va letto con molta cautela considerate le caratteristiche della nostra realtà che la rendono unica nello scenario globale complessivo. Il primo elemento è la percentuale di oltre il 90% della produzione cantieristica assorbito dall’export. Il secondo è il mercato interno ancora estremamente debole e soprattutto quasi principalmente caratterizzato da piccole-medie unità a motore, battelli pneumatici e imbarcazioni a vela. Il terzo è la leadership, ulteriormente rafforzata, della grande cantieristica, con uno share del 42,7% del portafoglio ordini globali, tutti destinati ai mercati esteri.

In termini percentuali, a partire dal 2008, il rapporto della produzione cantieristica rivolta all’estero è passato dal 53% al 95% del 2015, riducendo di conseguenza al solo 5% la produzione rivolta al mercato interno.

Il dato conferma che la grande cantieristica nautica italiana (costituita da circa 55 cantieri) e rivolta principalmente all’export (cantieristica dei grandi yatch) riveste una posizione trainante per l’intero settore, mentre la produzione per il mercato interno (nel cui ambito consideriamo anche le imprese dell’indotto) nel corso degli anni della crisi ha assunto un ruolo sempre più marginale.

Comunque sia le stime per il 2016 sono di un rinnovato ottimismo. Il biennio di inversione di tendenza dovrebbe confermarsi anche in una ripresa più sensibile del mercato interno, anche se l’export risulterà ulteriormente rafforzato grazie agli ordini dei grandi yacht.

In merito agli asset di sviluppo del comparto della nautica da diporto riteniamo che le priorità da portare avanti siano:

  • il rafforzamento della leadership europea della nostra nautica e del primato globale nei grandi yacht;
  • la valorizzazione dell’eccellenza della nostra accessoristica e dei battelli pneumatici;
  • la crescita dei servizi after market;
  • lo sviluppo del turismo costiero;
  • nuove strategie di rilancio del mercato interno”.

 

Quali sono le priorità di CNA per favorire la competitività delle imprese della nautica? E quali le principali azioni messe in campo?

“Dai dati contenuti nel nostro 4° Rapporto emerge chiaramente che il comparto della nautica ha un’importanza significativa per la ricchezza che riesce a generare. Costituisce un segmento dell’economia che ha sempre occupato una posizione di leadership sui mercati mondiali grazie alle professionalità elevate che rappresentano il “valore aggiunto” del settore.

La nostra priorità come CNA è quella di sostenere tutte quelle misure mirate a ridare slancio e competitività a uno dei settori del Made in Italy nel quale siamo leader a livello globale. Purtroppo i provvedimenti legislativi adottati negli anni scorsi hanno indebolito e reso ancora più fragile l’intero comparto. In particolare, la tassa di possesso sulle imbarcazioni da diporto ha contribuito, nel contesto di una fase già di per sè molto critica per la nautica, ad allontanare dagli approdi italiani un gran numero di diportisti a causa degli importi molto pesanti e ingiustificati della tassa, dirottandoli verso porti turistici di Paesi limitrofi ove non era presente questa forte imposizione fiscale. L’introduzione della tassa ha causato, infatti, la fuga di almeno 40mila imbarcazioni e si stima che sia stata dannosa anche per l’erario in quanto ha provocato un mancato gettito di 630 milioni di euro tra il 2011 e il 2013 (tra accise, iva, carburanti) a causa proprio del dirottamento della imbarcazione verso gli altri Paesi. Solo recentemente abbiamo notato un’inversione di tendenza da parte di politica e istituzioni e speriamo che questa rinnovata attenzione possa consolidarsi (abolizione con la Legge di Stabilità della tassa sulle imbarcazione e conferma dell’applicazione dell’Iva al 10% per i Marina Resort). Vanno, sicuramente, nella giusta direzione anche gli interventi a livello governativo adottati nell’ultimo anno in materia di riordino della legislazione portuale che prevedono il recupero delle aree dismesse da destinare al turismo nautico e di riforma del codice della nautica da diporto. Si tratta di provvedimenti positivi di cui è necessario accelerare la fase operativa per sostenere i timidi segnali di ripresa, facendoli accompagnare anche da provvedimenti di natura fiscale.

Per quanto riguarda le misure poste in essere dalla CNA per favorire la competitività delle imprese della nautica sono diverse le azioni adottate a livello territoriale per valorizzare l’integrazione funzionale tra i cantieri e la rete dei subfornitori e componentisti specializzati in modo che tutti i soggetti della filiera creino quel circuito virtuoso indispensabile per rendere il settore sempre più competitivo e innovativo. La componente artigiana delle nostre piccole imprese resta, infatti, l’ossatura del segmento produttivo del comparto nautico”.

 

Recentemente avete sostenuto la presentazione di un disegno di legge in materia di concessioni demaniali per la cantieristica. A che punto è l’iter e quali risultati vi attendete?

“In materia di concessioni demaniali marittime per la cantieristica nautica, come CNA abbiamo promosso e sostenuto nel corso del 2016 una proposta di legge per cercare di imprimere un’accelerazione e una svolta verso la risoluzione delle varie problematiche sorte a livello territoriale in materia di concessioni. Il tema, come noto, riguarda molte attività legate alla nautica da diporto ed ha visto un intervento della Corte di Giustizia europea, che pare paventare, secondo le conclusioni presentate dall’Avvocato Generale, una discordanza delle disposizioni italiane rispetto a quelle comunitarie, con la conseguenza di un vuoto normativo da colmarsi con l’emanazione di una legge destinata a regolamentare i meccanismi di instaurazione della concessione. Pertanto, la proposta di legge, presentata il 17 febbraio scorso, mira ad introdurre una normativa ad hoc per l’attività imprenditoriale cantieristica, ovvero per i cantieri di refitting, i cantieri di produzione e tutte quelle attività insite nei porti turistici riferite al servizio della produzione presenti sia nelle acque marittime che in quelle interne. In particolare, il progetto di legge ispirandosi ai principi comunitari di trasparenza, non discriminazione, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, definisce un quadro di regole chiare ed omogenee in materia di concessioni per la cantieristica. La proposta normativa individua, infatti, una serie di principi direttivi in materia di rilascio e rinnovo delle concessioni che l’autorità competente dovrà contemperare: esigenze imprenditoriali e investimento effettuato e ragioni di interesse pubblico, tutela dell’ambiente e valore sociale del piano industriale. Ad oggi la proposta di legge (i cui primi firmatari sono i deputati Miccoli e Epifani) è in attesa di essere incardinata per la discussione all’interno della Commissione Attività produttive. Ci auspichiamo, pertanto, un’accelerazione da parte del Parlamento in tal senso, soprattutto alla luce della imminente sentenza della Corte di Giustizia europea”.

 

Come valuta le crescenti iniziative di coordinamento, anche istituzionale, che uniscono in logiche di rete diversi settori dell’Economia del Mare, come nautica, turismo, portualità, formazione, ambiente, innovazione?

“In linea di principio non possiamo che condividere questa impostazione, se essa troverà fasi di concreta attuazione, poiché corrisponde perfettamente alle considerazioni che come CNA abbiamo sempre espresso in materia. La valorizzazione dell’economia del mare passa inevitabilmente attraverso l’interazione sinergica tra i diversi settori che ruotano attorno al mare. Il turismo, l’industria, i trasporti, la pesca per citarne solo alcuni.

Come CNA siamo, anzi, convinti che solo attraverso un’alleanza strategica tra associazioni, istituzioni e tutti i soggetti coinvolti si possa rivitalizzare la cosiddetta “Economia del Mare”. Consapevoli di questa sfida abbiamo partecipato anche al secondo “Forum del Lusso” insieme alle altre organizzazioni del comparto con la finalità di evidenziare la forza attrattiva del mare: che va dal turismo, all’arte, fino alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e naturale”.

 

Infine, con quali aggettivi descriverebbe l’Economia del Mare in Italia?

“Il nostro è un Paese bagnato dal mare per 8.000 km di coste (più 800 di laghi). Il mare dovrebbe rappresentare, in primis, la nostra ricchezza, una componente essenziale del “capitale Paese”. E quando parliamo di ricchezza ci riferiamo non solo allo sviluppo economico in termini di sviluppo produttivo e occupazione che il settore della nautica è in grado di generare, ma all’economia del mare in generale, ovvero al turismo e alla valorizzazione del nostro territorio. Un territorio, purtroppo, non ancora valorizzato a pieno. Basti pensare che dal punto di vista delle infrastrutture la situazione si presenta ancora in termini piuttosto disarmanti. Dal confronto con gli altri Paesi europei emerge che siamo il Paese più lambito da mare con una dotazione infrastrutturale carente e obsoleta: abbiamo una infrastruttura portuale ogni 14 km di costa al contrario della Francia con una ogni 8 e di Spagna con 1 ogni 7. Sarebbe, tuttavia, oltremodo riduttivo e fuorviante limitarsi soltanto ad implementare questo dato. E’ solo attraverso un’adeguata gestione della logistica, punto dolente dell’Italia, che l’economia del mare può continuare a crescere. Oggi l’economia del mare per incrementare la sua forza moltiplicativa in termini di ricchezza (nel 2015 l’economia del mare ha prodotto un valore aggiunto pari al 3% del totale dell’economia e per ogni euro prodotto dai settori legati al mare se ne sono attivati altri 1,9 euro sul resto dell’economia) ha bisogno di strumenti e infrastrutture per connettere in modo efficace tutto il business potenziale che dal mare può trasferirsi e creare un effetto moltiplicatore nel territorio circostante. Questo significa che anche le politiche urbanistiche, le procedure di ordine amministrativo e le gestione delle risorse pubbliche disponibili devono procedere in modo sinergico e integrato, non cadendo nei localismi e nei protagonismi dei soggetti in campo”.