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Salvatore Sarno: “Shosholoza è una parola, ma anche un sogno”. Intervista al comandante che ha contribuito (anche) allo sviluppo della MSC e amico di Mandela

Del 5 Luglio 2024

di Angela Iantosca

Shosholoza è questa la parola d’ordine di Salvatore Sarno, un termine di origine Zulu che significa procediamo, andiamo avanti.

E che è anche un canto diventato un inno che recita così: “Tiriamo e spingiamo insieme, sotto il sole e sotto la pioggia, tiriamo e spingiamo come se fossimo una sola persona”.

Ma è soprattutto la realizzazione di un sogno, “il sogno di tanti giovani che cercano un avvenire migliore. Il sogno di Nelson Mandela di sconfiggere il razzismo e vedere il suo paese unito con neri, bianchi, colorati ed indiani lavorare in armonia”.

Per conoscerlo meglio l’ho raggiunto telefonicamente mentre si trova in Italia, nella sua terra d’origine, la Campania, per parlare con chi ha contribuito allo sviluppo della MSC Mediterranean Shipping Company. Ma soprattutto con chi, trasferitosi in Sudafrica durante l’apartheid, ha creato una fondazione per aiutare i giovani neri a imparare un mestiere marittimo, per cui è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana.

Un impegno il suo che lo ha portato a sponsorizzare tre partecipazioni olimpiche di un velista sudafricano e a guidare il Team Shosholoza nella 32ma Coppa America, ottenendo un grande successo mediatico. 

Oggi vive a Durban, dirige la MSC in Sudafrica, continua a lavorare con la Marina Militare Sudafricana e la sua Fondazione Izivunguvungu alla quale andranno i proventi dei diritti d’autore del libro che racconta la sua incredibile autobiografia: “SHOSHOLOZA Un Comandante in Coppa America” edito da Mursia e appena pubblicato.

sarno salvatore cover libro UN COMANDANTE IN COPPA AMERICA

Perché la scelta di scrivere questa autobiografia?

“È una storia troppo bella per non essere scritta. Ho voluto raccontare la storia di un Paese poco conosciuto, perché il Sudafrica era poco conosciuto. Specialmente dopo i 10 anni di democrazia che Mandela era riuscito ad ottenere. Il verbo di Mandela era: “Cari tutti, questo Paese non appartiene né ai bianchi né agli indiani né ai colorati. Appartiene a tutti coloro che ci vivono. Cerchiamo di lavorare insieme e migliorare le condizioni di vita delle persone meno abbienti e dividiamo e condividiamo la ricchezza. Il Sud Africa è un Paese ricco e cerchiamo di portare il benessere a chi per colpa dell’apartheid non ha partecipato a questo benessere”.

Sono stato uno dei primi ad abbracciare questa sua politica, nella compagnia MSC Sud Africa che avevo creato nominando manager quelli che se lo meritavano, neri o indiani, non solo bianchi. Così, prima che il governo diventasse democratico, mi sono tirato addosso un po’ di inimicizie. Spesso dicevano: “Cosa crede di fare questo piccolo italiano?” oppure “dategli tre mesi di tempo e metterà la coda tra le gambe e se ne andrà!””.

E invece non se n’è andato.

“Ho cominciato allora ad avere questi ragazzi, ad insegnargli come andare in barca a vela e a fare le regate. E 5/6 di loro li ho arruolati. Con loro ho avuto una lunga amicizia anche se continuavano a chiamarmi boss. Alla fine mi sono detto: “Mostriamo che il Sudafrica esiste, che tecnologicamente è avanzato, che può costruire una barca sofisticata di Coppa America e presentiamola al mondo con un equipaggio misto, di ragazzi bianchi, neri, colorati e qualche indiano! Così gli facciamo vedere che le cose sono cambiate”.

Non dimentichiamo che il Sudafrica è stato l’unico Paese al mondo nel quale c’è stato un repentino cambio di governo senza rivoluzione, senza spargimento di sangue, senza eccidi.

“Anche se si temeva chissà cosa, Mandela ha richiamato tutti alla pace. Ha richiamato i suoi soldati clandestini, dicendo di dismettere le divise mimetiche, di consegnare le armi e tornare nei propri villaggi. Oppure di arruolarsi nell’esercito regolare sudafricano. E tutti hanno ubbidito! Anche io mi aspettavo delle ritorsioni, qualche disordine. Ma l’uomo è riuscito solo con la sua forza e le sue parole pacate e umili a portare la pace! Mandela era un uomo fantastico, ero innamorato di lui. Quindi ho voluto fare questa sfida alla Coppa America per lui. Era la sua visione quella di vedere in un solo team tutti uniti. In realtà pensavo sarebbe stato molto più facile, invece è stato difficile trovare i fondi. Ma alla fine con la mia famiglia e il sostegno di mia moglie, una donna straordinaria, che mi ha anche spinto a vendere alcune piccole proprietà, e poi con l’aiuto di gente normale che mi donava 100/150 euro abbiamo portato a compimento il progetto”.

Così in occasione della 32ma Coppa America a Valencia, Salvatore Sarno ha portato un Sudafrica, da poco uscito dall’apartheid e finalmente aperto al mondo, a regatare nel più antico trofeo sportivo con un equipaggio multietnico di giovani sudafricani sotto la guida sua e l’aiuto di due noti velisti italiani, Paolo Cian e Tommaso Chieffi.

“Allora, era il 2003, li ho arruolati chiedendo di lasciare il loro lavoro e promettendo che li avrei pagati. Poi sulla barca, presa il 27 dicembre del 2003, ho fatto mettere una bandiera enorme del Sudafrica. Perché? Perché volevo che fossero orgogliosi di essere sudafricani e quella bandiera glielo ricordava continuamente! A Trapani ricordo che ci chiamavano Sciusciù, storpiando il nome Shosholoza”.

Cosa rimane di quel sogno?

“Tutti i ragazzi hanno una professione. Io vivo a Durban, dirigo la MSC in Sudafrica, continuo a lavorare con la Marina Militare Sudafricana e ho la mia Fondazione Izivunguvungu con la quale abbiamo creato una Accademia per insegnare ai ragazzi giovani il mestiere sulle navi passeggeri:. In ufficio abbiamo i veri e propri bar come ci sono sulle navi passeggeri, le cabine sono una copia delle navi passeggeri. Ci sono i tavoli. Così possono esercitarsi. Poi organizziamo corsi di primo soccorso, antincendio. Insomma creiamo lavoro con un’Accademia che, ovviamente, si chiama Shosholoza. Ho anche creato un Medical hade, perché in Sudafrica c’è lo stesso problema americano rispetto alla sanità”.

Lei è nato a Nocera Inferiore: come è nata la passione per il mare?

“La passione per il mare è nata quando ero bambino. C’era un giornalino che si chiamava L’Intrepido. Lo leggevano i miei fratelli, io mi limitavo a guardare le immagini. Di cosa si parlava? Delle incredibili avventure del capitano Roland Eagle che girava il mondo con il suo veliero, l’Aquila dei Sette Mari. Lì ho sognato di diventare un capitano di marina. Ecco, il mio libro è un invito ai giovani a sognare, ad avere passione. Solo chi ha passione riesce. Nessuno ti dà niente per niente. Soprattutto se si nasce in una famiglia normale. Ma si crea qualcosa solo se hai in mente un sogno di ciò che vuoi diventare. Avere davanti a sé già a 10 anni un obiettivo da raggiungere è una cosa buona. E se un bambino non ne è capace, lo dovrebbe aiutare la famiglia a porsi un obiettivo lontano, invogliandolo a sacrificarsi per quel sogno!”.

Ed MSC?

“Ho cominciato a 23 anni con Gianluigi Aponte (Presidente del Gruppo MSC) che allora aveva 30 anni. Ricordo ancora che era la prima volta che mi imbarcavo, era notte ed ero su un ponte: ci siamo guardati e ancora oggi lavoro per lui. Insieme abbiamo sognato di creare qualcosa di grande, pensando solo al lavoro. Dal momento del risveglio alla sera. Così è cominciata l’avventura di MSC: con un ufficio a Bruxelles, dove sono approdati tre nocerini, trai quali io, con le loro mogli che lavoravano in ufficio. Alla contabilità c’era qualche belga: ricordo che si lavorava 7 giorni alla settimana 12 ore al giorno. Il signor Aponte lo fa ancora oggi ed anche io: è il solo modo per portare avanti una compagnia che oggi ha 70mila impiegati e centinaia di navi. Un tempo usavamo navi vecchi, finché, nel 1996 siamo stati in grado di ordinare la nostra prima nave nuova. Ho scritto un libro distribuito internamente che raccoglie questa lunga storia, proprio per non far dimenticare il cammino. È una storia di decine di anni, di battaglie: abbiamo cominciato trasportando merci, cosa che altre compagnie importanti si rifiutavano di fare, e non dicendo mai a nessuno – neanche ora – “no, non si può fare”, che è qualcosa che insegniamo anche oggi. Se qualcuno di chiede di andare sulla Luna, tu rispondi che ti prendi un paio di settimane per sentire la Nasa e capire come organizzare il tutto!”.

Gianluigi Aponte, Presidente del Gruppo MSC

LUI CHI E’

Salvatore Sarno, (Nocera Inferiore, 1946) ha contribuito allo sviluppo della MSC Mediterranean Shipping Company. Trasferitosi in Sudafrica durante l’apartheid, ha creato una fondazione per aiutare i giovani neri a imparare un mestiere marittimo, per cui è stato nominato Cavaliere della Repubblica Italiana. Ha sponsorizzato tre partecipazioni olimpiche di un velista sudafricano e ha guidato il Team Shosholoza nella 32ma Coppa America, ottenendo un grande successo mediatico. Oggi vive a Durban, dirige la MSC in Sudafrica, continua a lavorare con la Marina Militare Sudafricana e la sua Fondazione Izivunguvungu alla quale andranno i proventi dei diritti d’autore del libro.