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Silvia Biferale, terapeuta e pedagoga del respiro: “Respirare assomiglia alla risacca del mare”

Ha studiato in Germania ed è una delle uniche cinque in Europa ad aver portato avanti gli studi sul respiro di Maria Höller; oggi ha dato vita al Collettivo Ra-arte e cura del respiro in Italia, insegna al Conservatorio e ha partecipato alla realizzazione del Sentiero del Respiro

Del 21 Ottobre 2023

di Angela Iantosca

È uno degli atti più naturali che compiamo. Più istintivi e non pensati. Eppure è un gesto volontario che, se non lo compissimo, moriremmo. È il respirare. Fare entrare e fare uscire aria dal nostro corpo. Introiettare e lasciare andare.

Un movimento impercettibile, a volte, che racconta tanto di noi: come stiamo, la fase che stiamo attraversando, il come sono i nostri rapporti con gli altri.

C’è chi tutto questo lo studia da anni, come Silvia Biferale che è una delle uniche cinque in Europa ad essersi concentrata sul respiro, prendendo le mosse da approfondimenti seri compiuti in Germania nel secolo scorso e da lei portati in una fase ulteriore di analisi.

Parlare con lei ha aperto scenari e spazio dentro di me. Lo spazio del let it be, la frase che mi è venuta in mente mentre, respirando consapevolmente, mi spiegava di questa opportunità che, grazie a lei, è arrivata anche al Conservatorio. Ma andiamo per gradi.

Chi è Silvia Biferale?

“Mi sono laureata in terapia della riabilitazione e poi ho fatto una specializzazione in Germania con Ilse Middendorf, che è durata tre anni, presso un istituto dove vengono formati terapeuti e pedagoghi del respiro. Finita la formazione come pedagoga del respiro, ho proseguito la mia formazione come pedagoga della voce, costola portata avanti da Maria Höller-Zangenfeind, che era una allieva della Middendorf, e che è andata oltre il lavoro introspettivo”.

Come ha proseguito gli studi la Ilse Middendorf ?

“Lei ha avuto grandi meriti: prima di tutto ha cominciato a parlare di respiro in maniera occidentale. Perché di solito noi abbiamo come riferimento per la respirazione le pratiche orientali, lo yoga, la meditazione, ma dobbiamo sapere che esiste anche uno studio occidentale, che parla attraverso la nostra cultura. Quella della Ilse Middendorf è stata una ricerca scientifica realizzata per andare ad analizzare tutti gli aspetti del respiro, sia quelli legati alla salute, ma soprattutto tutto quello che il respiro dice di noi. Ciò che facciamo, infatti, è conoscere il respiro non per correggerlo, ma perché ci parla di noi: ci dice se abbiamo tensioni, che stato d’animo abbiamo. Una conoscenza questa che, tuttavia, non è rivolta al cambiamento, ma all’accettazione. Perché non esiste un respiro giusto: esistono tanti respiri”.

Un approccio che ci solleva dalla ‘colpa’ del giusto e sbagliato.

“In questo senso è una vera rivoluzione, soprattutto se pensiamo che siamo negli anni Cinquanta quando la Ilse Middendorf porta avanti gli studi. Lei lavorava nel mondo della danza, della ginnastica e della riabilitazione, contesti nei quali si lavorava molto sulla correzione dell’errore e lei, controcorrente, affermava che non c’è il respiro giusto, ma semplicemente l’osservazione del respiro che ci può dire qualcosa. E questo non significa che va bene tutto e che ci teniamo quello che c’è, ma che il percorso di cura nasce dalla conoscenza, non si basa sull’idealità, ma viene costruito ogni volta con la persona che si ha di fronte, con il suo equilibrio, il suo equilibrio nel respiro”.

Partendo da questo, tu hai fatto un passo ulteriore.

“Questa ricerca l’ho portata avanti da terapista: ho studiato fisiologia e chinesiologia, perché bisogna sapere che la respirazione coinvolge tutti i muscoli del corpo e quindi, partendo da questo, si comprende che il respiro diventa postura, diventa voce, diventa parola dell’attore, suono del musicista. Ognuno ha la sua voce, perché ha il proprio corpo, la propria storia e quindi noi non andiamo a cercare una norma, che non è un obiettivo terapeutico, ma ciò che vogliamo fare è offrire delle opportunità ad ognuno”.

C’è un altro concetto importante che si lega a quello del respiro: il lasciar andare.

“La Ilse Middendorf viene ricordata come la Gran Dama del Respiro e un altro elemento che inserisce è che tutto il lavoro che si fa attiene al lasciare entrare, lasciare uscire e attendere nella pausa che nasca un nuovo respiro. Quindi l’attenzione è sul lasciare, non sul fare. Ciò che si fa è conquistare la dimensione del lasciare, che non è abbandono. Lasciare nel senso di permettere, lasciare che l’ascolto di me e dei mie movimenti interiori non subisca l’intervento della volontà e della coscienza. Lasciare, per noi occidentali che siamo abituati all’accumulo, è molto importante. Soprattutto se si comprende che lasciare è una presenza, non una assenza. Quindi lasciare diventa il lavoro principale. Un lavoro che deve cominciare all’ascolto, altra parola chiave. E allora il respiro diventa esperienza di conoscenza e perché ciò accada proviamo a rappresentare un corpo che respira, pensiamo allo spazio che si crea nel respiro, a sentire la dilatazione, l’apertura, la chiusura, la riduzione, l’avvicinamento e l’allontanamento del perimetro. È una percezione molto vitale, ma anche unica. Sentire il respiro non è solo mettere ossigeno nel sangue, ma è anche apertura, significa apertura verso l’altro. Non ci pensiamo mai, ma noi condividiamo l’aria: respirare, quindi è un atto condiviso, un atto plurale che noi mettiamo solo al singolare. Noi condividiamo l’aria, buona o cattiva che sia. Respiriamo la stessa aria, tutti indistintamente e nel fare questo il respiro diventa un atto di pace. Durante il Covid il respiro dell’altro era inteso come nemico e invece respirare è sinonimo di accogliere”.

Un’altra studiosa, Maria Höller, poi, ha portato il respiro anche nella voce.

“Il respiro mi offre una conoscenza di me, quindi anche la possibilità di migliorare, di guadagnare spazio, di lasciare andare le tensioni… Per esempio, in questo lavoro, si usano molto i suoni per far vibrare alcune parti del corpo, perché ad alcuni suoni corrispondono alcuni movimenti di alcune parti del corpo, che sono sempre gli stessi. Così il mondo del respiro diventa il mondo della voce. E quindi Höller porta avanti questo lavoro sulla voce e costruisce un lavoro su corpo del respiro, con una tonicità diversa, con appoggi diversi, intenzioni diverse e diventa la voce cantata, recitata, dell’artista. La voce è quindi l’espressione di sé più interessante”.

In Europa siete solo in cinque.

“Maria Höller è morta giovane, ma a livello europeo in cinque abbiamo portato avanti i suoi studi: Letizia Fiorenza (Svizzera), Sabine Seidel (Germania), Christoph Habegger e Isabell Kargl (Austria) ed io in Italia”.

Tu insegni anche al Conservatorio: come hai portato il respiro nella musica?

“Io insegno a Roma in Conservatorio, non come interna, ma come Master esterno, faccio parte di quei Master di specializzazione scelti dal Direttore. Ma entrambi i corsi che ho sono seguiti da 35 ragazzi, che sono tanti se consideriamo la quantità di discipline che possono scegliere. Quello che secondo me fa bene loro è il fatto di concentrarsi su di sé, non solo in quanto performer che devono studiare e raggiungere dei risultati, ma con questo lavoro sulle loro tensioni, si prendono cura di sé, come se in un attimo mettessero la musica dentro di loro, non fuori. Sono io, sono io con il mio corpo, con il mio fiato che oggi non ho, con l’emozione che mi ha rapito il respiro e questo deve diventare arte. Secondo me è questo il senso e può essere interessante per ogni forma artistica. Io mi prendo cura di tutto il processo, di tutto ciò che mettono in moto dentro di sé: i ragazzi sono sensibili, sentono il respiro sul proprio torace, sentono il collega che sente l’accelerazione e si accorgono di averla anche loro. Poter accettare, poterlo dire è questo il lavoro. Attenzionare il respiro significa prendersi cura di ciò che accade prima di ciò che possiamo vedere; il lavoro sul respiro è il lavoro sul prima, su ciò che esiste, ma che non è udibile e visibile. È un mondo infinito, per esempio abbiamo fatto dei lavori sul gesto del direttore d’orchestra e del coro”.

Il Collettivo

Oltre a voi cinque studiosi europei, c’è una realtà che si sta muovendo anche a livello italiano.

“Abbiamo fondato il Collettivo Ra-arte e cura del respiro (www.collettivo-ra.it): siamo in 15 e all’interno ci sono cantanti, performer, un circense, musicisti, io che sono una terapeuta. È un gruppo eterogeneo che si occupa di quanto il respiro sia importante in questi processi. Abbiamo un sito, una pagina Facebook e Instagram”.

Obiettivo?

“Ci auguriamo di riuscire a portare a fare intendere il respiro come una cura dell’artista, ma anche la cura del respiro come arte, come consapevolezza, non come obiettivo, come qualità e non quantità. Per promuovere tutto questo, tra le altre cose, abbiamo collaborato alla realizzazione del Sentiero del Respiro che si trova a Roma dentro Villa Mazzanti”.

Negli studi da voi condotti c’è un legame tra respirazione e luogo scelto? C’è un legame tra respiro e mare?

“Fino ad ora non ci siamo occupati del luogo in cui si respira. Di solito i luoghi scelti per gli istituti dedicati a questi studi sono in montagna. Ma il mare potrebbe darci molti spunti di riflessione sul ritmo, attraverso il lasciar entrare e uscire che assomiglia alla risacca del mare. C’è una psicanalista inglese che, a proposito del respiro dei pazienti, lo paragona al surfista che aspetta l’onda. L’impulso del respiro è l’impulso dell’artista, è qualcosa che c’è. A lui devi lasciare spazio”.

Con Letizia Fiorenza (CH) e Christoph Habegger (AT), altri due dei cinque che hanno portato avanti gli studi di Maria Höller