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Deep sea mining, il mare conteso

Deep sea mining

Il 24 aprile scorso il Presidente Trump ha firmato un Ordine Esecutivo che stabilisce un quadro normativo che consente alle aziende americane di identificare e recuperare minerali e risorse critiche offshore. L’Ordine Esecutivo dà priorità alla leadership degli Stati Uniti nella mappatura dei fondali marini e nell’esplorazione mineraria, garantendo un accesso affidabile a minerali critici come manganese, nichel, cobalto e terre rare. I minerali critici sono utilizzati un po’ dappertutto, dai sistemi di difesa alle batterie, dagli smartphone ai dispositivi medici. L’accesso a questi minerali è un fattore chiave per la salute e la resilienza delle catene di approvvigionamento statunitensi.

Così dice Trump, ma vediamo quali sono i termini giuridici all’interno dei quali egli ha collocato gli Stati Uniti.

Dobbiamo anzitutto riferirci all’attuazione della parte XI della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare relativa all’attività mineraria in acque profonde nell'”Area” al di fuori della giurisdizione nazionale del 1982 che intendeva estendere al dominio sottomarino il principio enunciato da Truman nel 1945, secondo cui la ricchezza mineraria sottomarina è destinata a essere sfruttata per lo sviluppo dell’umanità.

Prendendo atto “dei cambiamenti politici ed economici, compresi gli approcci orientati al mercato”, nel 1994 è stato firmato un accordo sull’attuazione della parte XI della convenzione del 1982, adattato su richiesta dei paesi industrializzati, per allinearlo ai principi dell’economia di mercato. Sebbene semplificate, le disposizioni stabilite in questo accordo sono estremamente complesse, a causa della difficoltà di conciliare: i) il grande principio enunciato che fa dell'”Area” (tutte le aree marittime che non fanno parte delle acque territoriali o di esclusiva economica dei paesi firmatari) il patrimonio comune dell’umanità; ii) gli interessi degli stati membri; iii) gli interessi degli operatori privati; iv) le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio sulla libera concorrenza in un’economia di mercato.

Per rendere operativo l’accordo le Nazioni Unite si sono anche dotate di un braccio operativo, la International Seabed Authority (ISA) con sede a Kingston, Giamaica, fondata per coordinare e controllare tutte le attività connesse ai minerali presenti nei fondali marini internazionali oltre i limiti delle giurisdizioni nazionali. Alla data del 1º maggio 2009 l’ISA conta 158 membri ed è composta da tutti i partecipanti alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. L’Area interessata riguarda la maggior parte degli oceani della terra. Il sistema esplorativo previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e diretto dall’ISA è entrato in funzione nel 2001/2002 con la firma di contratti della durata di 15 anni con sette organizzazioni che avevano fatto richiesta per condurre esplorazioni sui noduli polimetallici in specifiche aree dei fondali marini.

Come spesso succede quando si tratta di “sovranità” gli Stati Uniti non hanno ratificato questo accordo, ma partecipano a pieno titolo a tutti gli incontri. Ciò non toglie che alla prima occasione hanno fatto a pezzi ogni forma di collaborazione e hanno “autorizzato” gli scavi sottomarini. Tralasciando il fatto che per “autorizzare” bisogna possedere l’”autorità” – cosa che gli Stati Uniti non hanno perché gli oceani non gli appartengono –  vediamo un po’ come stanno le cose dal punto di vista ambientale.

Le profondità marine sono il più grande ecosistema della Terra, rappresentando circa il 90% dell’ambiente marino. Nonostante la loro lontananza e inaccessibilità, le profondità marine sono costantemente minacciate dalle attività antropiche.

Su un totale complessivo di circa 290 milioni di km² di fondali marini profondi (al di sotto dei 1.000 m di profondità), circa 2,7 milioni di km² vengono attualmente esplorati alla ricerca di minerali metallici, con potenzialmente alcune centinaia di migliaia di km² che potrebbero essere oggetto di estrazione entro i prossimi 20-30 anni. Nei siti estrattivi, la rimozione dei minerali comporterà la perdita di microbi e fauna dipendenti dai minerali stessi, come spugne e coralli, e delle funzioni ecosistemiche che forniscono. La perdita può durare fino a milioni di anni, il tempo necessario alla formazione dei minerali. È probabile che si verifichi l’estinzione di alcune specie.

I pennacchi minerari si estenderanno oltre l’area del fondale marino estratto e raggiungeranno la colonna d’acqua, con una scala geografica che dipenderà dalla tecnologia utilizzata e dalla posizione. Il rumore generato dall’attività mineraria potrà diffondersi per centinaia di chilometri nell’acqua. Attualmente sono disponibili conoscenze limitate sull’impatto dei pennacchi minerari o del rumore sulla vita nelle acque profonde, come mortalità, effetti tossici cronici, cambiamenti nel comportamento o nella riproduzione che potrebbero avere ripercussioni sulle generazioni successive.

Le conoscenze scientifiche sono attualmente insufficienti per una gestione ambientale efficace dell’attività mineraria in acque profonde. Recenti scoperte scientifiche, come la significativa produzione di carbonio organico presso sorgenti inattive, la scoperta di vita animale nella crosta terrestre al di sotto delle sorgenti o la scoperta di 5.000 nuove specie di animali nei giacimenti di noduli polimetallici, evidenziano le incognite nelle acque profonde e l’importanza di attuare il principio di precauzione.

Tra le principali domande a cui è necessario rispondere per consentire una gestione efficace figurano, ad esempio: quali specie sono presenti? Quali funzioni ecosistemiche sono presenti? È possibile il ripristino? Quale impatto può verificarsi prima che la biodiversità vada persa e le funzioni ecosistemiche vengano interrotte?

Fattualmente il mondo sembra essere sull’orlo dell’estrazione mineraria commerciale in acque profonde per la ricerca di noduli polimetallici nella zona di Clayton-Clipperton nell’Oceano Pacifico, come da incitazione di Trump (drill, baby, drill).

Il potenziale beneficio dell’estrazione mineraria in acque profonde, in termini di fornitura di materiali critici per la transizione energetica in relazione agli sviluppi attuali non è convincente. Gli sviluppi nelle tecnologie per l’energia pulita e il potenziale per l’uso circolare stanno riducendo il fabbisogno di nichel e cadmio tipicamente forniti dai noduli polimetallici.

Negli anni 60 del secolo scorso era nato il convincimento come le fonti terrestri di minerali, allora ritenuti critici, si sarebbero esaurite e sarebbe stato necessario ricorrere all’estrazione sottomarina. Si è verificato esattamente il contrario: l’estrazione di minerali da fonti terrestri è aumentata in maniera considerevole rispetto al 1960, mentre quella sottomarina resta al passo. Per quasi tutti i minerali le fonti terrestri hanno prevalso a causa di sviluppi in campo geologico e tecnologico difficili da immaginare nel 1960.

Il fabbisogno futuro può essere tantopiù soddisfatto dall’estrazione mineraria convenzionale se gli utilizzatori sono disposti a stipulare accordi a lungo termine. È improbabile che i benefici derivanti dallo sfruttamento della zona Clayton-Clipperton apportino un beneficio materiale all’umanità, anzi, è più probabile che danneggino le industrie minerarie esistenti creando un eccesso di offerta.

In sintesi, dobbiamo concludere che l’estrazione mineraria in acque profonde non è necessaria per la transizione energetica e non “porterà beneficio all’umanità nel suo complesso”. Dato il rischio non quantificato per l’ambiente, l’approccio precauzionale della Dichiarazione di Rio (ONU, 1992, principio 15) deve prevalere, almeno finché persisterà una significativa incertezza sulla gestione ambientale.

Ciò porta alla conclusione generale che l’attività mineraria in acque profonde dovrebbe essere sospesa almeno fino a quando non avremo sufficienti conoscenze per gestire i rischi per l’ambiente.

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Silvio Rossignoli
Economia del Mare Magazine

Coordinatore Scientifico ed Esperto Economia del Mare, Underwater,Space&Blue