La Strategia Nazionale per la Biodiversità 2030, approvata con decreto del Ministro dell’Ambiente, stabilisce le linee guida nazionali per la protezione e la valorizzazione della biodiversità e degli ecosistemi, in continuità con gli impegni internazionali assunti dall’Italia. Tra questi figurano la Convenzione sulla Diversità Biologica, la Strategia internazionale per la Biodiversità 2030, l’European Green Deal e la sua specifica applicazione per il mare.
La Strategia avrà validità fino al 2030 e prevede una prima valutazione approfondita nel 2026, per verificare l’efficacia dell’approccio adottato e valutare eventuali necessità di aggiornamenti o modifiche.

Per l’Europa e per l’Italia è stato necessario sviluppare una nuova strategia, poiché, nonostante gli accordi nazionali e internazionali e l’adozione di misure volte a contrastare il degrado degli ecosistemi marini, questo processo non solo non è stato fermato, ma sta proseguendo con ritmi preoccupanti. Alcuni degli attuali utilizzi del mare minacciano la sicurezza alimentare, il sostentamento dei pescatori, il clima e l’intero settore della pesca. Le pressioni sul nostro mare sono molteplici e in costante aumento, e comprendono, tra gli altri, l’uso insostenibile delle risorse naturali come il sovrasfruttamento delle specie ittiche, l’inquinamento e i rifiuti, la pesca illegale, le catture accessorie (bycatch), lo sviluppo dell’economia blu, l’introduzione di specie esotiche invasive, il problema delle microplastiche e, infine, la questione legata all’esplorazione subacquea e allo studio dei fondali.
Tema, quest’ultimo, di grandissima attualità come testimoniato dalla recente approvazione del disegno di legge riguardante l’ASAS, l’Agenzia per la Sicurezza delle Attività Subacquee. Considerato l’importante ruolo che la dimensione underwater ha acquisito nel corso degli anni, anche in termini di potenziale sviluppo, e tenendo conto del Piano del Mare nazionale, il disegno di legge mira a creare un quadro giuridico adeguato a supportare le necessità legate alla crescente esplorazione dell’ambiente subacqueo, che si estende dalla superficie di oceani, mari, fiumi fino ai fondali.

Strategia Europea per la Biodiversità 2030: creazione di una rete efficace di aree protette
Un punto cruciale della Strategia Europea per la Biodiversità 2030, per quanto riguarda la componente marina, è senza dubbio la creazione di una rete efficace di aree protette, che copra almeno il 30% della superficie marina, integrando la rete dei siti Natura 2000 e preveda che almeno un terzo (pari al 10% del mare) sia sottoposto a protezione rigorosa. Questo obiettivo, che è sia europeo che internazionale, rappresenta un’opportunità unica per il sistema delle aree marine protette italiane, ma ancor di più per l’intero sistema di tutela del mare.
Pertanto, nel dar seguito agli obiettivi già fissati e parzialmente raggiunti dalla precedente strategia 2020, è in questa fase storica che le aree marine protette assumono sempre più rilevanza in un contesto nazionale ed internazionale.
Ciascuno Stato membro dell’Unione Europea – Italia compresa – ha già in essere la propria rete di aree protette, ma per il conseguimento degli obiettivi della strategia si rende necessario uno sforzo ulteriore, al fine di raggiungere le percentuali di territorio protetto fissate dalla strategia.
Sul punto è di grande auspicio la recentissima notizia che dopo anni di proposte e negoziati per la protezione dell’Adriatico meridionale, la Commissione Generale della Pesca nel Mediterraneo (CGPM) ha finalmente istituito la più vasta zona di restrizione alla pesca (Fisheries Restricted Area, FRA) nel Canale di Otranto, tra Italia e Albania. La decisione, presa all’unanimità, prevede una serie di misure, tra cui il divieto di pesca di fondo in una zona centrale (core area) che si estende per oltre 1.900 km² e una significativa riduzione della pesca in una zona cuscinetto (buffer zone) di circa 700 km².
Questa decisione segue anche i successi straordinari ottenuti dall’istituzione, nel 2017, di una FRA nella Fossa di Pomo, in Adriatico centrale, dove in pochi anni si è registrato un notevole aumento della biomassa, favorendo il recupero degli stock ittici sovrasfruttati e il futuro della pesca.
Come evidenziato dal recente risultato ottenuto, considerare l’obiettivo della strategia nazionale del 30/30 in termini puramente quantitativi ridurrebbe il suo valore, poiché le nuove aree protette devono includere significativi valori di biodiversità per garantirne la protezione nel lungo periodo, in un contesto dinamico dove i cambiamenti climatici complicano ulteriormente una sfida già complessa.
Se non si adottasse questo approccio, si finirebbe per creare i cosiddetti ‘paper parks‘, come accaduto in passato: aree protette formalmente definite sulla carta, ma che di fatto non assicurano alcuna gestione o protezione effettiva della biodiversità, come più volte sottolineato anche dalle associazioni ambientaliste che contestano l’effettiva tutela del mare in Italia rispetto alle percentuali dichiarate.
La ‘Strategia Europea sulla Biodiversità per il 2030’ assegna quindi alle aree protette un ruolo ancora più cruciale nella conservazione della biodiversità, soprattutto dopo l’approvazione del recente accordo BBNJ (Biodiversity beyond National Jurisdictions) a New York, nel giugno del 2023, accordo però che dovrà essere ratificato da almeno 60 Paesi prima di entrare ufficialmente in vigore.
Questo accordo assegna alle Aree Marine Protette (AMP) e ad altri strumenti idonei (area-based management tools), un ruolo cruciale nella protezione della biodiversità, anche in alto mare, al di fuori dei limiti stabiliti dalle normative esistenti, come la zona economica esclusiva che si estende fino a 200 miglia dalla costa.
Fino a poco tempo fa, in quest’area non esisteva una disciplina specifica per la protezione, se non quella riconducibile all’Autorità Nazionale per i fondali marini su aspetti particolari.
Allo stesso tempo, la strategia italiana per la biodiversità riconosce che l’attuale rete di aree protette non è abbastanza ampia per raggiungere gli obiettivi di salvaguardia della biodiversità. Infatti, si sottolinea che l’attuale rete non è sufficientemente estesa né interconnessa per garantire una protezione adeguata. Entro il 2030, quindi, sarà necessario ampliarla per tutelare specie, habitat ed ecosistemi rari, a rischio di degrado o che si trovano in uno stato di conservazione sfavorevole, e per integrare corridoi ecologici che aumentino la permeabilità del territorio e migliorino la resilienza ai cambiamenti climatici.

Governance e gli strumenti di gestione
Per rendere davvero efficace la rete delle aree protette, è però fondamentale migliorare anche la governance e gli strumenti di gestione, stabilendo obiettivi chiari e misurabili, applicando le misure di gestione più appropriate e garantendo un monitoraggio accurato che permetta di verificarne l’efficacia in una logica di gestione adattativa.
Il sistema di governance delle aree protette necessita, infatti, di competenze adeguate, in grado di supportare gli enti gestori nel loro ruolo, come previsto dalla legge. L’obiettivo è renderla più coerente con le competenze dello Stato e con gli interessi pubblici generali. È essenziale quindi potenziare la capacità operativa e l’efficacia della conservazione della natura, con l’obiettivo di trasmettere alle future generazioni un ambiente sano e integro, culturalmente e storicamente significativo. Questo implica una definizione chiara delle competenze e delle professionalità richieste a chi gestisce un parco, sia terrestre che marino e potrebbe anche comportare una rimodulazione dei criteri di scelta e designazione dei direttori, che sono al momento l’unica figura strutturata e garante dell’operatività di un’area marina.
Semplificazione delle procedure
In vista di questo obiettivo primario di tutela e nell’ambito delle normative che sanciscono sempre più l’importanza del mare, sarebbe opportuno creare un vero sistema nazionale delle aree marine protette, un network che consenta, tra l’altro, il confronto tra le aree, il supporto reciproco, lo scambio di best practices (sia a livello amministrativo che scientifico), l’azione congiunta per ottenere finanziamenti e, in generale, una maggiore consapevolezza e conoscenza nei territori. Questo favorirebbe lo sviluppo di programmi di gestione pluriennali con obiettivi nazionali e processi monitorati.
Appare quindi prioritario promuovere e sostenere, con risorse adeguate, l’estensione e l’implementazione delle aree marine protette, in conformità con le normative nazionali e internazionali, con l’obiettivo di includere maggiormente le aree marine della Rete Natura 2000, attraverso una revisione dei perimetri ad esse attribuiti.
Per perseguire questa direzione, sarà necessario semplificare le procedure per l’istituzione di nuove aree marine protette e per rendere più efficaci le misure di salvaguardia, in linea con la strategia internazionale che prevede appunto, entro il 2030, la protezione del 30% dei mari, con almeno il 10% soggetto a una protezione effettiva, non solo formale.
Tra le varie opzioni da considerare, è fondamentale avviare tavoli di coordinamento e cogestione tra le AMP e gli attori locali, con l’obiettivo di tutelare il capitale naturale e le sue risorse. Questo permetterebbe di raggiungere non solo l’armonizzazione della governance territoriale, ma anche l’identificazione di percorsi virtuosi per la preservazione e l’uso sostenibile delle risorse naturali.

Networking
Nel dibattito internazionale e nazionale, emerge inoltre sempre più chiaramente l’importanza del networking per le aree marine protette, cioè l’opportunità di creare una rete, un gruppo di soggetti che si scambiano informazioni, contatti, e l’esperienza per scopi professionali o sociali, per adattarsi alle contingenze ambientali e coordinare e tutelare gli scambi di esperienze e di conoscenze. Non è sufficiente, infatti, creare una linea di confine intorno ad una limitata area geografica ma, per una conservazione efficace, è necessario un sistema che la supporti, una rete (net) che lavori con i medesimi valori condivisi.
Le aree marine protette, in particolare, necessitano di un progetto condiviso fra aree protette, al fine non solo di ampliare le zone sotto protezione, ma anche di migliorare i risultati ottenuti e moltiplicare i benefici verso l’esterno.
A mero titolo di esempio, tra i numerosi vantaggi che possono derivare dalla creazione di un network ci sono una migliore protezione di habitat e di aree ricche, di specifiche specie migratorie, una protezione di diverse aree di particolare importanza per una popolazione di pesci ed altre specie marine, come le zone di riproduzione e di crescita (nursery).
Requisito rilevante è la condivisione degli stessi impianti normativi, come argomentato dalla comunità internazionale delle aree protette che ha portato ad un notevole sviluppo del networking negli ultimi decenni. Anche la IUCN, Unione internazionale per la conservazione della natura, si è occupata del tema fornendo una serie di linee guida per il management delle aree marine protette, per i piani di coordinamento, la scelta e la gestione dei territori da inserire in un programma di networking.
Il networking, però, non esaurisce la sua funzione all’interno dei rapporti fra aree marine protette, o fra esse e territori limitrofi; la prima e più importante forma di network che un’area marina deve saper creare per il buon andamento della sua gestione e il perseguimento della propria mission è il coinvolgimento delle comunità locali, per evitare il rischio di insuccesso.
La mancanza di accettazione o partecipazione della comunità locale, in casi estremi, potrebbe portare l’area marina a diventare, come già detto, un paper park, ridurla, cioè, a qualcosa che formalmente è stato designato, ma non attuato nella pratica, in quanto le disposizioni normative in materia non vengono rispettate ovvero, se applicate, non vi è il raggiungimento delle finalità che hanno portato all’istituzione stessa dell’area.
Ci sono varie forme di coinvolgimento possibili, partendo da una semplice attività informativa a beneficio delle comunità fino ad arrivare all’inserimento della popolazione come soggetto dell’organo di management vero e proprio.
Tra le diverse opzioni possibili scegliere quale sia la migliore applicabile dipende dalla struttura, dalla cultura, dalle dinamiche sociali individuate all’interno della comunità ed è proprio questa la peculiarità delle aree marine protette.
La conoscenza fra comunità e area marina protetta è però necessaria anche al fine di instaurare un rapporto fiduciario fra le parti che porti alla comprensione delle esigenze reciproche, abbattendo eventuali pregiudizi che potrebbero essersi instaurati. Guadagnare l’appoggio e la fiducia delle comunità passa attraverso un processo di educazione e sviluppo della consapevolezza dei vantaggi che possono scaturire dalla cooperazione.
La via sperimentata in diverse parti del mondo, da anni ormai, è stata quella della partecipazione attiva della popolazione ai processi di management, con una decentralizzazione dell’autorità manageriale delle aree protette ed un orientamento del training dei manager in tal senso.
Il coinvolgimento delle popolazioni, osserva la IUCN, deve necessariamente passare attraverso diverse fasi, ma la prima e più importante si sviluppa intorno all’ascolto delle diverse istanze, alla comprensione degli assetti socioeconomici ed alle relazioni con i vari organi di governo, oltre che agli obiettivi che gli altri utilizzatori delle risorse
Il Piano del Mare
Coerente a questo approccio è stata l’attività del Ministero del Mare che, per varare per la prima volta il Piano del Mare dell’Italia, ha proceduto all’audizione di oltre 150 audizioni dei diversi portatori di istanze sul tema mare, proprio con l’intento di realizzare un progetto di condivisione, ascolto e armonizzazione degli obiettivi.
L’implementazione della Strategia Marina, nella considerazione dell’importanza che le aree marine protette potrebbero andare a ricoprire, appare pertanto prioritario per l’applicazione dell’approccio ecosistemico e per la tutela ed il ripristino degli ambienti marini, un approccio da considerare elemento fondante di tutte le azioni e le politiche messe in campo per la gestione e tutela degli ecosistemi marino-costieri.
L’auspicio pertanto è che proprio in virtù di queste normative nazionali e internazionali ed europee vi possa essere in primis una maggiore consapevolezza e conoscenza delle aree marine protette, non soltanto fine a sé stessa ma in quanto queste costituiscono gli strumenti più idonei alla tutela della biodiversità ed alla gestione del territorio costiero.
Probabilmente, infine, la sottile ed attuale definizione giuridica che ne lascia i contorni ancor non ben definiti, consente un potenziale ed immediato coinvolgimento delle comunità locali e dei diversi portatori di interesse più diretto e partecipe.
Pietro Vuolo – Dottore di Ricerca in Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Salerno


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