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SHIPPING E LOGISTICA – Intervista al Presidente di Confitarma Emanuele Grimaldi

Del 4 Agosto 2016

Gli armatori italiani non hanno mai smesso di investire

Intervista al Presidente di Confitarma Emanuele Grimaldi

Grimaldi

I dati del V rapporto Censis della Federazione del mare delineano una situazione armatoriale italiana decisamente positiva. La nostra flotta di bandiera è la terza tra i grandi paesi riuniti nel G20 e la seconda in Europa. Come interpreta questo costante trend di crescita nonostante la difficoltà economica contingente?

“L’insieme delle misure che regolano l’iscrizione delle navi di bandiera italiana nel Registro Internazionale, in vigore dal 1998, non solo ha frenato l’emorragia di naviglio, ma ha consentito alla nostra flotta mercantile di competere ad armi pari con le altre marinerie sui mari del mondo e di crescere in quantità e qualità.

La competitività della flotta ha consentito, anche in periodi di crisi, di continuare ad investire, creare occupazione, formare giovani per le carriere di mare e di terra ed ha anche favorito la permanenza in Italia di aziende armatoriali facenti capo a gruppi internazionali, come ad esempio Costa Crociere e Italia Marittima”.

 

Confitarma si è recentemente resa protagonista di una battaglia in difesa dell’attuale impianto del Registro Internazionale. E’ tutelando la crescita, per altro costante dal 1998 a oggi, delle imprese armatoriali italiane, che si garantisce anche quella dell’occupazione di marittimi italiani?

“È evidente che la crescita della flotta di bandiera è condizione indispensabile per continuare a garantire occupazione ai marittimi italiani. La scelta che il nostro Paese ha fatto 18 anni fa di istituire il Registro internazionale, in linea con quanto previsto per il settore in ambito europeo si è rivelata lungimirante e premiante, per l’industria marittima, per l’economia del Paese, ed anche per l’occupazione, come dimostrano le statistiche dalle quali risulta che anche il numero dei marittimi italiani imbarcati sulle nostre navi in questi anni è aumentato grazie all’aumento della flotta di bandiera”.

 

Da qualche anno è in atto un rilevante rinnovamento della flotta armatoriale italiana. Concorda con quanti sostengono, ad esempio Abs, che sarà questo uno dei principali elementi di competitività internazionale al momento della ripresa dei traffici?

“Negli ultimi 10 anni gli armatori italiani hanno investito circa 15 miliardi di euro in nuove navi ed oggi possiamo vantare una delle flotte più giovani del mondo con il più del 60% del naviglio di età inferiore ai 10 anni.

Abbiamo continuato ad investire nonostante la crisi, convinti che in un mercato sempre più concorrenziale gli alti standard qualitativi siano la carta vincente per affrontare la competizione globale.

Non solo. Lo spirito imprenditoriale degli armatori non è venuto meno neanche nei momenti di crisi ed oltre ad aver potenziato servizi, hanno messo in campo risorse e mezzi per la salvaguardia dell’ambiente e per promuovere la formazione”.

 

Nella Riforma della Portualità e della Logistica che il Ministro dei Trasporti Delrio sta portando avanti, un capitolo è dedicato al cosiddetto “Marebonus”. Come giudica l’attuale impianto normativo anche in confronto a quanto avvenuto nel 2001 con le Autostrade del Mare e in che modo pensa sia possibile realmente favorire una crescita dei traffici via mare a scapito di quelli via gomma?

“Le Autostrade del Mare rappresentano ormai da tempo un importante fattore di sviluppo dell’economia nazionale ed hanno registrato una crescita costante e rilevante negli ultimi anni. Oggi, con più di 70 navi (traghetti misti e tutto-merci) gli armatori italiani offrono servizi annuali di collegamento dai porti nazionali verso i porti nazionali e del Mediterraneo per un totale di un milione di metri lineari settimanali. Parliamo di 430 partenze (215 partenze a/r) pari ad oltre 60 partenze giornaliere, che collegano l’Italia con Marocco, Tunisia, Spagna, Francia, Malta, Albania e Grecia.

Le Autostrade del Mare, risorsa strategica per il Paese, rappresentano un sistema che, quando correttamente integrato, consente di ridurre, oltre ai costi diretti del trasporto, anche quelli derivanti dal suo impatto sociale ed ambientale, i cosiddetti “costi esterni”.

Nel 2007, l’Italia, prima in Europa, al fine di incentivare il trasferimento via mare delle merci, introdusse, per un triennio, il cosiddetto ecobonus, i cui risultati, in termini di utilizzo e sviluppo delle autostrade del mare, sono stati molto positivi. Si trattava di un “ticket ambientale” – parametrato ai costi esterni risparmiati evitando il “tuttostrada” – corrisposto agli autotrasportatori che avessero scelto l’alternativa rappresentata dall’intermodalità strada-mare.

Fortemente voluta dal Ministro Delrio per dare impulso alla “cura” dell’acqua e del ferro, la legge di stabilità 2016 ha previsto gli stanziamenti necessari per l’attuazione di due nuovi provvedimenti – ora al vaglio della Commissione UE – volti ad incentivare per un nuovo triennio il trasferimento del trasporto su strada verso quello intermodale marittimo (“Marebonus”) e quello ferroviario (“Ferrobonus”).

Entrambi i provvedimenti, anche se attraverso meccanismi differenti rispetto al passato, mirano a premiare i fruitori del trasporto intermodale, soprattutto gli autotrasportatori, con un incentivo parametrato ai Km di strada evitata in territorio nazionale, imponendo al tempo stesso un miglioramento, soprattutto in termini di qualità del servizio offerto, al vettore marittimo ed a quello ferroviario.

È evidente che iniziative di questo tipo, volte ad accrescere e a migliorare la catena intermodale decongestionando la rete viaria, favoriscono il trasporto combinato delle merci, come pure il miglioramento dei servizi su rotte esistenti, in arrivo e in partenza da porti situati in Italia, che collegano porti situati in Italia o negli Stati membri dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo”.

 

Tra le sue iniziative più recenti c’è quella inerente il tentativo di aggregare in un unico soggetto tutte le associazioni legate al mare che operano nell’ambito di Confindustria. L’obiettivo è quello di aumentare la massa critica nei confronti della politica?

“L’economia del mare rappresenta un punto di forza di questo Paese ma, spesso, è poco conosciuta e sottovalutata. Ecco perché, per far sentire più forte la voce dell’intero cluster marittimo stiamo pensando di creare all’interno di Confindustria una cosiddetta “federazione evoluta”. Abbiamo già avuto manifestazioni di interesse da parte di altri attori del cluster marittimo.

L’idea è quella di dare maggiore unitarietà e rappresentatività al settore marittimo, non solo per far sì che la “risorsa mare” abbia un peso maggiore all`interno della Confederazione dell’Industria, ma anche per rendere la politica più consapevole dell’importante ruolo che questo comparto gioca per l’economia del Paese. Il grande lavoro di raccolta e divulgazione dei dati sull’economia del Mare che la Federazione del Mare dal 1996 ha egregiamente condotto è basilare per questo progetto che Confitarma intende portare avanti con determinazione non solo per l’industria armatoriale ma per l’insieme delle attività che ruotano intorno al sistema-nave”.

 

Sempre nell’ottica di un ampliamento della rete del mare, come reputa l’idea di avere un unico Ministero o un coordinamento stabile interministeriale che unisca tutte le deleghe legate al mare e ne condivida e pianifichi le azioni?

“Non mi stancherò mai di ripetere che la competitività delle imprese di un contesto amministrativo adeguato.

Purtroppo, nel corso degli anni le numerose riorganizzazioni ministeriali hanno portato all’accorpamento in un’unica Direzione generale delle diverse competenze marittime e portuali ed alla frammentazione e distribuzione in altre sedi delle specifiche competenze marittime che, di certo, meriterebbero più attenzione in un Paese come il nostro.

Certamente un’unica struttura, non necessariamente ministeriale, cui facciano capo tutte le competenze che afferiscono al settore marittimo-portuale potrebbe essere la soluzione per delineare in Italia una politica marittimo-portuale integrata, ormai mancante da troppi anni e auspicata dall’Unione europea

L’industria armatoriale di fatto chiede di valorizzare il ruolo dell’Amministrazione dedicata alle numerose e complesse problematiche marittime quale interfaccia altamente qualificata con il mondo produttivo.

Una Pubblica Amministrazione il cui ruolo può essere fondamentale anche per a compensare l’inerzia del legislatore attraverso un’attività interpretativa e regolamentare, attenta alle esigenze dell’utenza e consapevole degli effetti su di essa”.