Perché la figura di Odisseo continua ad essere centrale nella produzione artistica contemporanea
L’uomo dal multiforme ingegno
È stata da poco resa pubblica la prima immagine di Matt Damon nei panni di Odisseo sul set di The Odyssey di Christopher Nolan, scatenando sul web commenti — anche negativi — su quello che è già a tutti gli effetti uno dei film più attesi degli ultimi anni. Ma perché la figura di Odisseo sembra ossessionare così tanto la nostra produzione artistica e culturale, più anche del suo collega acheo Achille, che pure ha avuto i suoi momenti di luce nella cultura pop prima grazie al film Troy (2004) e poi al romanzo The Song of Achilles (2011) di Madeline Miller?
La storia la conosciamo bene. L’abbiamo studiata a scuola, alcuni anche a spese di uno scontro corpo a corpo con il greco antico, e l’abbiamo sentita ripetere mille volte come metafora, come aneddoto, come suggestione. Resta il fatto che Odisseo, l’uomo dal “multiforme ingegno” che sopravvive a dieci anni di guerra a Troia e ne trascorre altri dieci errando per il Mediterraneo tra mostri, pericoli e divinità in cerca di vendetta per tornare alla sua Itaca, l’isola di cui è sovrano e dove lo aspettano il grande amore Penelope (una donna dal multiforme ingegno, se volgiamo, come dimostra al momento del ricongiungimento con il marito) e il figlio Telemaco, continua ad ammaliarci attraverso i secoli.
Oltre le colonne d’Ercole
Più della straordinaria intelligenza (che gli varrà la protezione della dea della saggezza Atena) è un’altra, infatti, la caratteristica identitaria di Odisseo che avvince oltre il tempo e che lo distingue da ogni altra figura di sola genialità. L’eroe, che come canta Guccini in Odysseus (2004) non apparteneva al mare e fu spinto a navigare, per quella navigazione ha avuto poi una tale fascinazione da incarnarne più di chiunque altro il significato antropologico: la conquista dell’ignoto. Dopotutto la navigazione è, prima di ogni altra cosa, la promessa di una scoperta, un impossibile che si fa possibile, una distanza che viene attraversata.
Lo sapeva bene Dante, che nel canto XXVI dell’Inferno fa pronunciare al re di Itaca, nel tentativo di convincere i suoi uomini a valicare le colonne d’Ercole, i famosi versi «considerate la vostra semenza:/ fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza»; lo sapeva Alfred Tennyson, che in Ulysses (1833), ad un Odisseo ormai invecchiato e stanco, fa individuare la propria essenza immortale nella «volontà/ di lottare, di cercare, di trovare, e di non cedere»; ma lo sapeva anche Stanisław Lem, che fa incarnare all’astronauta di Solaris (1961) lo spirito di Odisseo nel suo rinunciare alla disperazione in favore di un più forte richiamo, quello della possibilità di entrare ancora in contatto con quell’oceano pensante, vero protagonista del romanzo, che dell’ignoto è simbolo perfetto.
Non cedere
L’origine dell’inesauribile attrazione per la figura di Odisseo è allora da ricercare, più che nelle sue doti eccezionali, nel suo riuscire a racchiudere in sé l’essenza stessa del genere umano, la specie che ha reso possibile la vita anche dove non sarebbe stata pensabile, che attraversa distanze ogni giorno in mare e in cielo, ma anche nello spirito. Come le maree, i momenti di tumultuosa incertezza e caos tornano ciclicamente in ogni epoca, ed è forse proprio perché Odisseo un mare di tali sfide, e ignote, è riuscito ad affrontarlo, a conoscerlo e a sopravvivergli che a lui, spinti dalla corrente, torniamo incessantemente.

Giulia Roncari
Giulia Roncari, Redazione Economia del Mare Magazine e Economia dello Spazio Magazine



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